17 ottobre 2006

“N” Io, Napoleone e Virzì.


DA NON LEGGERE SE VOLETE ANDARE A VEDERLO PERCHÉ VI RACCONTO ANCHE LA FINE

Il cinema è soggettivo, i gusti sono gusti, le serate non sono sempre le stesse. Luoghi comuni di premessa, per dire che secondo me in quest’ultimo film, Virzì, ha buttato giù quell’Ovosodo.
Detto tra noi, era rimasto a metà strada anche a me…

È tratto da un romanzo, di cui non ricordo l’autore, ma la mia maniacale fissa per l'edizione, lo vede pubblicato da Einaudi tascabili, di quelli belli bianchi che non si trovano più e hanno lasciato il posto al T formato tabloid.
La storia è semplice e forse per questo a qualcuno può essere sembrata inesistente. Tutto gira attorno alla romantica idea di libertà di un giovane maestro di provincia, Martino. Idea cresciuta tra i libri, da Foscolo a Shakespeare. Quando Napoleone giunge all’Elba, l’accoglienza che la popolazione gli riserva, calorosa e servile, fomenta i suoi incubi, il suo desiderio di farsi portatore di quella libertà che tanto aveva amato dai suoi paladini della letteratura. Ha un sogno, o incubo, ricorrente, Morte al tiranno! L’attore, Elio Romano, è un perfetto Jacopo Ortis, barbetta rossiccia, pantaloni ascellari, giacchetta doppio petto, berretto e sciarpetta al collo. È l’ultimo di tre fratelli orfani, che mandano avanti la bottega di famiglia. Valerio Mastrandrea, il bel Ferante, partirà dopo una lite con lui, per portare a destinazione un carico di derrate nel Mediterraneo, e prima di partire lo bandisce e caccia da casa. La sorella Diamantina, la brava Sabrina Impacciatore, dal profilo Mazziniano (Mina, non Giuseppe) si dispera e cerca di ricondurlo in casa. Martino, testardo come il suo mulo, cacciato da casa e dal lavoro per le sue idee di libertà, dirotta subito le sue esiliate membra verso la Baronessa, la Sig.ra Bellucci in lingua madre,l'umbro, che non è affatto malvagia negl'abiti in stile impero. Nemmeno lei lo può ospitare. Quando decide di ritirarsi a dormire sulla spiaggia – e vi assicuro che l’inquadratura è una riproposizione di un quadro di Signorini, il macchiaiolo – arriva lo strillone Ceccherini, anche meno brutto del suo solito, e ripulito il lessico delle sue solite parolacce, annuncia al Maestro Martino l’ordinanza di presentarsi al cospetto del Sindaco e dell’Imperatore. Smanioso di portare a compimento i suoi intenti assassini, si presenta e accetta, sotto gli occhi increduli di Diamantina, di lavorare per Napoleone in qualità di addetto ai libri e alla biblioteca.
Cerca sostegno e alibi etico dal suo maestro. Un attore dalla bella faccia rugosa che sembra il busto di Sofocle di età ellenistica che avevamo a scuola. E lì c’è quella che io ritengo una perla. Il maestro rifiuta di alimentare le idee ossessive del ragazzo che lui stesso ha formato, il discepolo che meglio di tutti ha calcato le sue orme. “Martino prima di amare la libertà, è necessario amare il prossimo, non puoi uccidere in nome della libertà”. Parole più, parole meno. Martino non accetta quello che per lui, è un volta faccia del suo maestro e se ne esce adirato anche con lui. Torna a casa sua per rispolverare una pistola a pompetta, la carica di polvere da sparo e la mette in bisaccia.
C’è la figura della bella e giovane serva, impacciata e perdutamente innamorata di lui che segue ogni suo movimento e tutte le mattine, di nascosto, legge il diario in cui annota gli eventi dell'Elba napoleonica. Lo sbircerà di nascosto, nella mattina del suo primo incarico al Forte, una volta capito le difficili parole del suo diario. E qui entra in macchina da presa, quella gran bella faccia di Daniel Auteuil, che io adoro, e quindi sarò spudoratamente di parte. Il suo Napoleone è uomo, è forte e dolce, sensibile e spietato. Ha un sorriso da cader per terra! Inizia una serie di vicende che vedono Martino a fianco all’Imperatore senza trovare la capacità di ucciderlo. Tutto movimentato in uno splendido set, che riproduce un porto dell'epoca, o stanze buie illuminate da candele che lasciano quella calda luce dorata, rivelatrice come un Caravaggio. La luce è bellissima, sempre.
Oltre Ceccherini, di casa nostra c’è Carlo Monni, notaio cacciatore che intende di piacere allo stratega con le sue ottavine. C’è anche il Cambi, commesso umile a casa dei tre fratelli. E poi, una cosa che m’ha commosso, i termini di casa mia, altro che livornesi, quelli parlan campigiano: principiano, garbato, serbato, ecc
C’è anche un po’ di sesso, la Bellucci la doveva pur far spogliare Virzì, con tutto iccheglisaràcostata! La Baronessa piomba d’improvviso a casa di Martino e prima di consumare c’è un bel battibecco con la Diamantina, che per non essere appellata di zitella è costretta a accettare le avance del Ceccherini, che entra da lì innanzi ad essere uno di casa.
Insomma per farla breve, nel tempo che passano insieme, Napoleone si mostra a Martino come un uomo, un uomo pentito. Questo lo lascia un po’ perplesso nel proseguire il suo intento, ma lo scuoterà il maestro, che abbandona la linea morbida, per la lotta dura. Verrà preso nello sventato tentativo di assassinio, dalla turca guardia del corpo, vestito da mastrolindo dei tempi d’oro. Il film volge alla fine e la scena è straziante. A fucilare il maestro saranno i suoi stessi alunni, dell’età di Martino, arruolati nella guardia napoleonica. Il maestro li chiama tutti per nome, e li incita alla rivolta. Loro piangono e uccidendolo, adoperano ad alibi i suoi insegnamenti. Forti dell’alibi della legge e della ragione dalla loro. Procedendo con l’eliminazione non solo fisica, ma anche metaforica del maestro agl'occhi del discepolo. Martino ricarica la sua determinazione e la notte successiva, piomba in camera di Napoleone, ma trova il letto vuoto. Quella bella faccia di Auteuil è scappato con la Bellucci e la tata corsa della sua infanzia, per tornare in Francia.
Il film passa oltre, si vede Martino uomo di bottega in attesa di un figlio dalla serva, la Diamantina ancora indomita dal Ceccherini ma con un pargolo bello che audacemente il padre crede figlio suo e il bel Ferrante – sì è vero ho il gusto dell’orrido in quanto ad attori – ha carpito il ruolo di intellettuale dal fratello e si dedica a scrivere un libro sul suo viaggio nel Mediterraneo.
Ecco per me poteva finir così il film e era proprio bello. Il regista è lui però, e ha voluto dare un seguito che in meno di due minuti m’ha fatto quasi arrabbiare. La servetta, orami sposa, legge una lettera della Baronessa che cela a Martino, che racconta l’epilogo di Napoleone a Sant’Elena, e fino a qui… riemerge la famosa pistola e il ritrovato uomo di famiglia con la testa sulle spalle,qual'è divvantato Martino, decide di liberarsene sulla tomba del maestro. A men di 10 passi dalla tomba, dopo aver seppellito conl'arma i suoi ardori ribelli, che ci ripensa, torna indietro e la dissotterra. Dai titoli si capisce che riesce ad arrivare al nuovo esilio napoleonico, ma troppo tardi.

Ora, forse dire che è meglio di Ovosodo è esagerato, la trama non è proprio innovativa, ma è trattata con garbo e proprietà. I personaggi sono molto bravi e le scenografie sono valorizzate dalla fotografia e viceversa. Insomma, per me è da vedere.