30 agosto 2006

UN FILO D'INDIA. Udaipur, la città bianca.

Azz che turbolenza, che succede? Ah no… atterraggio “brusco”. Risveglio burrascoso da un intorpedimento ancestrale. Le cispe che porto agl’occhi sembrano fossili preistorici. Stordimento completo. Imito il flusso delle persone, che scimmia che sono, mi alzo, raduno le mie cose, uno due tre pezzi, ok ho preso tutto, scendo le scalette e cerco un riferimento, un pulmino, una navetta.. niente.. la gente si incammina a piedi verso una baracca. Qualcosa non torna. Mi devo riprendere… o dove diavolo sono finita nel sonno? su un altro pianeta? Cerco il gruppo, facce conosciute. Mi avvicino all’edificio che proprio pericolante non è in effetti e mi accorgo che è l’aereoporto. Siamo a Udaipur, la città più meridionale del Rajastan, la nostra prima meta.
Al recupero bagagli il gruppo si rivela subito compatto, solidali alcuni aspettano davanti ai bagagli di chi ha vesciche più deboli, i fumatori innescano il loro gesto consueto e si avvicinano all’uscita. Ci raggruppiamo appena fuori dalla porta, sotto l’occhio distratto di un gruppo di autisti in attesa. Sono furbi, nessuno ci viene incontro, siamo riconoscibili come già organizzati?. Non siamo ambiti. Ci trasciniamo da soli i bagagli fino all’autobus, ma sarà l’ultima volta.
I miei occhi corrono attorno in cerca di informazioni. La vegetazione è lussureggiante, il verde è intenso anche se la luce del giorno è fioca, velata dalla cappa di umido e calore. L’aria ha il solito odore della bottega del droghiere, un po’ meno stantia magari, forse il garzone ha arieggiato! Attorno cani randagi, fango, sguardi poveri e dignitosi. Incontro a me viene una donna, io mi fermo e lei procede. È alta, magra, dignitosa ed elegante, incede scalza con un fagotto in testa, una mano al fardello, l’altra lungo il fianco, modello manchen. Abiti leggeri, colorati, verde, rosa.. un top le lascia fuori le costole vistosamente visibili, le caviglie spuntano ossute inanellate da bracciali d’argento e cavigliere a campanella, un dolce tintinnio l’accompagna. Passa in mezzo ad un gruppo d’uomini senza voltare lo sguardo, dritto davanti a sé. “Visto? Così scendono a lavorare nei campi, che eleganza vero?”
La strada dall’areoporto all’albergo è stato il nostro primo banco di prova. Il sole non c’era e questo non ha aiutato. La luce monotona, che non evidenzia nessun tocco di colore, rendeva tutto più squallido. Le baracche lungo la strada, negozi o case, le tende, la vita in strada e per terra, gli autobus strabuzzanti di gente scalza e sorridente, vestita di stracci, il clacson, le mucche, la guida a sinistra e la precedenza al mezzo più grosso, i peli tra vetture, veicoli e cicli. Un piccolissimo assaggio che a messo a dura prova qualcuno ed anche i miei orecchi, intolleranti a quei giudizi frettolosi, tipo “poverini, guarda quello, ma vivono così?

Definiamo il programma, prima sosta albergo, piccola pennica di un paio di ore, pranzo rifocillante, vero hindi e poi vai con l’india! Hotel Rajastan, stanza 207. Una triplia, abbiamo formato il terzetto delle tre zie, non ho sbagliato, non volevo scrivere zibe, volevo davvero scrivere zie! Io, Tiziana e Daniela. L’albergo è buono, anche questo è importante, visto quello che abbiamo visto lungo la strada. La camera spaziosa, ma la cosa veramente, veramente strepitosa è il panorama. Una finestra a scorrere anni ’70 lascia ammirare seppur filtrato dai vetri scuri il lago, una lunga passerella pedonale e del verde, tanto verde. Svolti primari bisogni, lascio lo spazio alle coinquiline e mi assaporo questo ben di Dio. Appollaiata sul davanzale mi gusto questo primo quadro . C’è un piccolo approdo dell’albergo al lago, una sorta mini ghat : una apertura ad arco dal muro di confine chiusa con un cancello e tre gradini esterni che entra in acqua. Sopra ad incorniciare il sublime angolo un frondoso albero, immenso, popolato da una quantità di rapaci mai vista. Respiro a pieni polmoni. Non ci posso credere. Sigaretta, inaspettata compagna di piaceri. Accendo, gusto.
Non resisto all’ingordigia di tenere traccia di quest’immagine. Le foto sono belle quando sono momenti rubati, stappati per caso al tempo, ma quando i quadri della natura sono contemplativi e ti entrano addosso in tal modo, non ce n'è più tanto bisogno. Non è semplice accettarlo, o forse non è semplice fare un gesto di rinuncia.
Rifocillati da un po’ di riposo partiamo verso le cibarie. Ristorante appena fuori città. Fuori città. Ora riflettiamo sul concetto di città indiana, rajastana. È difficile percepire l’assetto urbano. Si acquisisce che dove l’autobus passa agevolmente è la parte più “periferica” della città, quando l’autobus non passa, le mucche intasano i viuzzi stretti, i “tuc tuc” e le moto affogano di clacson l’etere, ecco quella potrebbe essere una zona centrale. Poi nessuna piazza, nessuna presenza architettonica che faccia percepire la città con riferimenti occidentali.
Ristorante, due tavoli, pietanze selezionate dal Capitano, un po’ misurate ma volontariamente per stare leggeri. Io assaggio tutto, strano vero? Curry di verdure, pollo in salsa rosata mediamente piccante, scopro che si chiama masala, una roba verde con gli spinaci che ricordo di aver mangiato già anche a Firenze ma la scoperta più entusiasmante, per me golosa di yogurt è il LASSI. Una sorta di aryan turco, yogurt leggero, liquido, dolce. D E L I Z I O S O ! anche il masala tea non ma, è quel beverone grigio sporco che il piccolo di Salaam Bombay scorrazza in su e giù in tutto il film. Ma la mia preferenza va al lassi, speriamo bene.
Cicchino sulla porta… e ma che vuole quello? che ce l’ha con me? Davanti a me due bambini si lavano ad una fontana pubblica. Ma non ha mai visto una che fuma? Accendo l’hd, avvio le ram. No forse no.. non ha mai visto una donna occidentale sola fuori da un ristorante che fuma. Forse no. Metto in moto i neuroni e penso: forse le donne in India non fumano. Bingo!

Ancora pulmino, prima destinazione: City Palace . A questo punto, c’è da aprire una breve parentesi che mi vede nell’atto di restituire ciò che il nostro Capitano con tanta passione ha tentato di passarci, inquadramento storico, cultura. Sentitevi liberi di saltarla a pié pari o mandare querele o correzioni. Il Rajastan è terra di confine, la prima ad essere attaccata ed invasa dagl’arabi. Ne deriva un contesto territoriale di piccoli regni che ricordano un po’ le nostre città stato medievali, fortificate, autonome. Udaipur è una di queste, la più meridionale, città di fondazione ad opera della distania Sing della metà del XVI sec. sul lago Pichola. Attorno al lago si collocano i tre palazzi del Maharana, i maharaja rajastoni si chiamano così. Uno è un gran’albergo, inavvicinabile, l’altro è ancora abitato dal Maharana, quello visitabile è talmente grande che ti leva qualsiasi altra curiosità. È un susseguirsi di sale e chiostri, stanze e studioli, terrazze e finestre. Affascinanti le jali, graticci traforati che lasciano filtrare aria, spesso collocati in punti ventilati, dai disegni arabeggianti. Il primo e il più grandi dei forti rajastani.
Usciamo dal palazzo ed incontriamo per poche centinaia di passi la città bianca con i suoi vicoli , negozi, mucche e abitanti. Occhio o obbiettivo, ma cosa sono? Lo scatto m’intasa. Dalla strada svettano le gradinate, altissime. Ghirlande di fiori a terra, accattoni, menticani e storpi. Sadhu vestiti d’arancioni, allora esistono davvero! Ci arrampichiamo. Arrivati in alto, il tempio, Jagdish Mandir, dedicato a Vishnu. Ci leviamo le scarpe ed entriamo a piedi nudi. Lo spazio è uno stretto cortile che a malapena contiene l’edificio del tempio, al quale si accede attraverso un’altra gradinata meno ripida ed affollata di drappi colorati che salgono e scendono. Di fronte, un tabernacolo con una statua di Garuda, la divinità metà uomo e metà aquila che è il veicolo di Vishnu.
La guida ci spiega che oggi è il giorno di Ekadasi, 11 giorni dalla luna piena e le donne praticano una sorta di rito con digiuno per cui, adesso sono radunate nella sala principale a cantare. Saliamo la gradina, è la prima volta che entro in un tempio hindu. Sbarchiamo in un ampio sala circolare, il mandapa, circumnavighiamo il movimentato mare di drappi e canti, volti e sorrisi e mi commuovo. Sento energia. Arriviamo davanti alla cella con l’immagine nera di Jagannat, lasciamo una piccola offerta, il bramino ci benedice e con dolore lascio la sala. Mi sarei voluta mettere anch’io a gambe incrociate a cantare quei suoni incomprensibili. Scendiamo e giriamo l’edificio in senso inverso. La decorazione scultorea è rigogliosa, sembra che il clima tropicale influenzi non solo la vegetazione ma anche la pietra, prolifica in mille figure di elefanti, ninfe, musici e personaggi strani. Poi arriva anche la luce, colpi di sole illuminano strisce di pietra. Stupendo! Ci facciamo anche il segno del terzo occhio, del passaggio al tempio e con questo io oggi sono più che apposto. Nell’euforia di questa prima emozione mi sono anche lasciata andare a atteggiamenti da giapponese, io in posa con alcune signore. Già.

Al rientro in autobus il mio occhio perlustra la strada, una scena rimarrà indelebile, una giovane ragazza spastica, all’angolo della strada rideva e ci salutava mentre un bambino le acconcia i capelli. Quante differenze, non solo sporco e stracci ma possibilità, e per noi normali hanno un peso, per i disabile ne hanno molto di più.

La serata non è conclusa. Prendiamo subito il ritmo di come il Capitano ha impostato questo viaggio, frenetico e ingordo, quanto lo adoro! Veloce doccia e passeggiata a piedi per le viuzze della città, per giungere in una vecchia Havelli dove si tengono danze indiane e dove ceneremo. Lungo il percorso, aguzzo lo sguardo dentro le case e cosa ti vedo?! Una vecchia macchina da stampa tedesca a manovella?! Ah il gruppo! Fermatevi! Niente da fare…
Sorriso alla gente e loro ricambiano, apprezzano la mia maglietta con Ganesh. Chiedo alla guida, Vikram, se è conveniente sorride alla gente, non si sa mai, magari questi s’incazzano. Mi risponde sorpreso che sorridere è sempre un gesto cortese. Ah meno male… almeno qui! Le danze incantevoli, ma non gli ho reso giustizia, le poche ore di sonno in aereo cominciavano a non essere sufficienti a tenermi desta. L’ultima danzatrice ha montato una pila incredibile di brocche sulla testa e s’è messa a danzare scalza freneticamente sui vetri. Un incubo?
Chandra la luna ci guarda e illumina la cena chiude ad arte la prima, splendida, intensa giornata della mia vacanza indiana. Terrazza e lume di candela sul lago, saette da monsone in lontananza. Vikram dall’altra parte del tavolo ci illustra le usanze locali, in particolare di come si sceglie, anzi di come TI scelgono il compagno o la compagna per la vita. Ancora oggi sono in usanza i matrimoni combinati, anzi sembra che sia disdicevole e poco conveniente sposarsi per amore. Ci si basa sull’oroscopo, sulla casta e gli interessi economici. Contenti loro. Il monsone arriva prima della fine della cena e ci costringe a scendere nella sala bassa, piacevole allo stesso tempo.
Per il ritorno abbiamo ancora un’ultima cartuccia: il “tuc tuc”. Le apicar piaggio adattate a rickshaw. Guidano come pazzi, risparmiano la batteria non accendendo i fari e i tratti da fare in folle ovvio… perché adoperare il motore. Hanno un senso del “fare il pelo” e della frenata all’ultimo momento che non è raccontabile. Insomma ho visto anche i peli del naso di una mucca bruna che ormeggiava le sue ossa una curva prima del mio albergo. Anche troppo intimo per il primo giorno.