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19 ottobre 2009

Urla la rotula





Era da un pezzo che ci pensavo.

Andare oltre.

Ieri è giunto il momento.

Bagaglio improvvisato, abito bianco, sveglia prima dell'alba.
Viaggio in un treno che odora di tutte le ore che ci vogliono per percorrere la penisola, dalla punta a risvolto dello stivale.
Una stazione oltre ogni solitudine, che ti fa tenere la pipì e passare la necessità di una colazione. L'autobus con il biglietto a 8 corse: ingegnosi, la macchinetta mangia un pezzettino del biglietto, contro ogni contraffazione.
La scuola con la sua insegna gialla, in una zona residenziale di case basse e orticelli.
La sala bianca, i tappeti blu.
Tante facce, tanti accenti, Lei e la sua costante semplicità.
Le ore volavano, l'organizzazione procedeva.
Il pasto, un po' di conoscenza. Storie come le tue, storie lontane da te.
Il pomeriggio, altri incontri, altri spunti, altre scoperta, voglia di approfondire.
La notte, l'albergo, la solitudine, la stanchezza.
Il risveglio, il sole e ancora voglia di capire, l'emozione che piano piano si scioglie.
Le facce intorno diventano conosciute, i nomi gli si associano.
Un caffè al volo, il primo della mattina nel pomeriggio, ancora nozioni, ancora interesse e un pizzico in più di ilarità.
La conclusione, la partenza e il treno, ancora compagne di corso e condivisioni, ancora luce.

Poi tutto finisce, getti l'abito bianco e ritorni nei tuoi panni, nel tuo letto, nel tuo lunedì mattina.
Ma qualcosa rimane, ed urla forte dentro di te.
Le rotule - le articolazioni delle tue ginocchia che mai hai udito - rispondono all'eco del lavoro fatto nel week end seduta a terra.

12 novembre 2008

Che ci importa del mondo!

IL BACIO SULLA BOCCA

(Ivano Fossati)

Bella,

Che ci importa del mondo

Verremo perdonati

Te lo dico io

Da un bacio sulla bocca

Un giorno o l'altro

Ti sembra tutto gia` visto

Tutto gia` fatto

Tutto quell'avvenire

Gia` avvenuto

Scritto, corretto e interpretato

Da altri meglio che da te

Bella,

Non ho mica vent'anni

Ne ho molti di meno

E questo vuol dire (capirai)

Responsabilita`

Percio`

Volami addosso se questo e` un valzer

Volami addosso qualunque cosa sia

Abbraccia la mia giacca sotto il glicine

E fammi correre

Inciampa piuttosto che tacere

E domanda piuttosto che aspettare

Stancami

E parlami

Abbracciami

Guarda dietro le mie spalle

Poi racconta

E spiegami

Tutto questo tempo nuovo

Che arriva con te

Mi vedi pulito pettinato

Ho proprio l'aria di un campo rifiorito

E tu sei il genio scaltro

Della bellezza

Che il tempo non sfiora

Ah, eccolo il quadro dei due vecchi pazzi

Sul ciglio del prato di cicale

Con l'orchestra che suona fili d'erba

E fisarmoniche

(ti dico)

Bella,

Che c'importa del mondo

Stancami

E parlami

Abbracciami

Fruga dentro le mie tasche

Poi perdonami

Sorridi

Guarda questo tempo

Che arriva con te

Guarda quanto tempo

Arriva con te


Amore in vetrina

07 ottobre 2008

il fantasma esce di scena

Immagine di Il fantasma esce di scena

Incredibile, ho letto solo poche pagine ieri sera prima di crollare stordita dal sonno, ma lo trovo bellissimo.

Philip Roth è un grande.
Io sono di parte, è chiaro.
Mi sono presa una cotta adolescenziale per l'autore (arrivo anche ai sogni erotici :)
Non so nemmeno da cosa è nata, la cotta, fatto sta che Nathan Zucherman è entrato nella mia vita.
Nathan e tutti i suoi cloni, David Kepesh, Pornoy, Peter Tarnopol. Il suo modo di pensare, la sua vita, la sua famiglia, le sue donne, i suoi dolori, le sue manie, sono un mondo a parte, un mondo parallelo nella mia testa che sia apre ad ogni sua pagina nuova. Faccio anche un po' di confusione, mescolo la vita di Kepesh con la vita dell'autore, con le donne di Zucherman, con il padre di Roth, con il Philip di Inganno, con il fratello Sandy di Complotto contro l'America, ecc. Ma anche il casino che ci aggiungo io, aggresse la dimensione a parte di questo universo rothiano, questa nebulosa di fatti e sentimenti rimescolati insieme al quale mi sento tanto vicina e partecipe. E ieri, con le prime pagine di Exit gost -> tradotto brutalmente in Il fantasma esce di scena <- ci sono ripiombata piacevolissimanente dentro!
Spero che gli sia riconosciuto il Nobel, solo per veder ristampati e magari ritradotti i suoi numerosi romanzi. Ma mi sa che faccio prima a mettermi a studiar l'inglese per poterli leggere....

10 agosto 2008

Città specchio.


Per una volta la città incarna i miei sentimenti.

Tutte le domeniche ci salutiamo sapendo che ci ritroveremo il prossimo venerdì, nonostante la certezza di rivederci, tutte le domenica i saluti sono dolorosi, sempre di più potrei dire.

Razionalmente so e me lo dico: venerdì è vicino, venerdì arriva presto, le cose che hai da fare sono talmente tante, troppe che comunque non avreste modo di stare molto insieme, anche se non ci fossero questi 500 km probabilmente finireste per vedervi molto poco...
Questo è un dato di fatto concreto. Basterebbe accettarlo.

Emotivamente tutte le domenica pomeriggio, ed a volte anche già dalla mattina, sono sopraffatta da una cappa tristezza debilitante. Quella che secondo l'omeopata è alla base dei miei disagi fisici di maggio e giugno, con ragione probabilmente.

Mi trovo qui, una volta di ritorno dalla stazione, con tante cose da fare, desiderate durante i precedenti giorni della settimana, in cui il tempo non basta mai, ma senza lo stimolo, il piglio giusto per iniziare una.

Oggi anche Firenze sembra rispondere a questo apatico stato d'animo. Brulicante di turisti affaccendati, latitante di indigeni. Ed anche quelli rimasti a soffrir di caldo e zanzare, sono nascosti, sopiti, nei loro antri scuri e condizionati.

Non un contatto, non uno stimolo, se non quello dell'appetito, che, se non sarà sano da seguire per l'appesantimento del fisico che ne produce, sicuramente rialzerà a sufficienza il mio umore, almeno fino all'alba di domani, quando partirà la sconclusionata settimana di lavoro che mi aspetta.

07 ottobre 2006

Alla G, di gioia.

Catalogo sentimenti per ordine di apparizione.

Ci sono serate che non promettono, e serate in cui comprendi che hai già tutto.
Tutto quello che accade non può turbarti, ci sei, sei in te e al meglio.
Come accade?
Eh! Non lo so come accade, accade e basta.
Allora scordi tutto, la sveglia veloce, la giornata lenta, il fumo amaro, il cibo dolce,le leziosità e le incomprensioni, le distanze. Passi oltre.
Puoi dare il merito al cantante preferito della tua adolescenza, che torna e ti riporta a quegli anni, che scrive una nuova canzone che ti calza a pennello, perché parla di una stella che cade, di luna, di sogni, di alberi e di acqua. “Avvolte penso che sei, come l’acqua che sai, si puo’ avere però, non si puo’ stringere mai”.
Puoi dare il merito al cielo sereno, con qualche strappo di nuvola, o alla luna piena che ti saluta dalle persiane abbassate e punta proprio in casa tua, chiama te.
Ma di chi è il merito conta poco, quando è la tua serata.
Puoi anche prendere l’ultima telefonata di lavoro, sul prato davanti a casa e ti levi le scarpe per ascoltare l’umido dell’erba. Puoi anche arrivare tardi a vedere il tramonto, ma ti bastano quei pochi minuti da dedicare al tuo silenzio mentre il sole scende sulle colline e la terra diventa scura con i suoi solchi profondi. Puoi anche stirare quelle tovaglie che si annidano acciaffate nel ripostiglio da giorni. Accendi la tv, per non atrofizzare l’antenna, e scegli proprio il giorno dello sciopero dei giornalisti e karma del karma, passano un documentario sui cacciatori di miele Raja dell’India del nord. E allora cambi l’acqua a quelle rose gialle e arancioni, che vivono un attimo recise ma che emanano il migliore dei profumi. Accetti anche di disfare i tuoi programmi solitari per condividere attimi con chi ti vuole bene, e allora ti cambi, ti metti la camicia verde, quella indiana e arrostisci il pane per il cacciucco. Saluti gli amici d'infanzia che si ricordano sempre di te. Scegli un film, un film per questa serata esilarante, e allora è Woody che ti scivola addosso, con le sue risate da cinico ipocondriaco, da quel soggetto che è, che “nasce di confessione ebraica ma si converte al narcisismo”.
E ti lasci guidare a casa, sulle parole della canzone e le sue note alte che girano a repeat “potremmo essere felici, avvolte un poco disperati, potremmo essere felici, fare un mucchio di peccati”.
Saluti chi ti è vicino con la mano, e quelli lontani con il pensiero, per godere con loro di questa serata di gioia, una gioia tutta tua, di quelle da conservare la ricetta.

10 luglio 2006

Tirando le fila... sulla superficialità.

Dopo un’accurata pulizia dei miei pensieri posso dire che non ritengo di essere una persona superficiale. Permalosa di sicuro, ma il mondo è bello perché vario!
Sono energica, con numerosi interessi e tanta voglia di fare. Questo mi porta a fare molte toccate e fuga, e forse a rimanere un po’ in superficie di qualche argomento… ma è questo che mi piace. Ho fretta di gustare, conoscere, vedere e annusare sempre cose nuove. E questo mondo caspita, ne è pieno!
Mi piace riflettere e verificare se quello che mordo mi piace, se lo posso cambiare o modificare, se devo stringere i denti e andare avanti, mi piace valutare che sia un futuro migliore. Questo non mi sembra un atteggiamento superficiale. Forse colgo poco di un senso profondo delle cose. Mi sono resa conto da alcune esperienze che non tutto si comprende al primo colpo d’occhio. Alcune materie ti arrivano solo con il tempo. Ma scegliere è difficile e fino a quando non troverò qualcosa che mi calza a pennello, sarò irrefrenabile.
Penso che la vita sia un forma libera da plasmare a piacimento, da disfare se non si adatta alle proprie aspettative e eventualmente rimodellare, sorridendo al futuro. Non mi piace stare ad aspettare. Quello che voglio lo so solo io. Quindi mi rimbocco le maniche e parto nella direzione di ciò che voglio. Be’… se cambio molte volte strada, o mi fermo ad ogni piccolo interesse, cosa cambia? l’importante è andare avanti, o anche indietro, magari anche fermarsi un attimo… l’importante è fare quello che si desidera, con la giusta misura nel rispetto degli altri. L’importante è sentire, sentire qualcosa. Quest’analisi, queste osservazioni non mi sembrano superficiali.
Quello che devo ancora imparare è la misura e la capacità di selezione. Prossimi nodi da sciogliere.

07 luglio 2006

La superficialità

È qualche giorno che mi rimugina questo pensiero, ed essendo questo il mio blog terapeutico, non vedo altro miglior modo di esorcizzarlo.
IO sono superficiale?
Da cosa nasce questa domanda? Di recente mi dimentico un sacco di cose, tipo verso il caffè e non lo bevo, gli orari di lavoro della mia collega, appuntamenti già presi, racconti già fatti agli amici ecc. Sono sempre stata sbadata ma adesso il dubbio… e se mi scordassi anche le cose serie e nemmeno mi ricordassi di averle dimenticate? Il lavoro è sempre di corsa e quindi ho una buona giustificazione se qualcosa rimane fuori, però non è mica serio. Ma questa distrazione, questa sbadataggine, non sarà superficialità? Quest’ingordigia di esperienze, questa curiosità a larga scala, non è che mi procura solo briciole di tutto un pò e non mi lascia comprendere l’essenza di niente?
Su questo nodo, o paletto che dir si voglia, devo ancora lavorare.

04 luglio 2006

Sputa il rospo!

Accettarsi, piacersi e sentirsi a proprio agio con sé e con gli altri / soggezione nei confronti di alcuni e immediata confidenza con altri / adeguatezza ad ogni contesto.
Essere Adeguato. Sentirsi adeguato

È questo il nocciolo, sentirsi adeguato. Quando? Perché? Cosa lo determina?

E qualche giorno che ci penso, circa due settimane, non poco in effetti. La domanda è talmente vaga poi che non individuo nemmeno l’argomento. Ieri l’ennesimo fatto generato da questo stato, il sentirsi inadeguato, non all’altezza ed anche un pò in soggezione. Mi rendo conto che è solo una mia condizione auto inflitta, ed è proprio questa coscienza mi porta all’indagine.

Ok, eccoci ai fatti. Cosa succede? Succede che quando conosco qualcuno di interessante, che mi piace, che mi attira come persona… uomo o donna che sia… lo pongo su un piedistallo, un gradino sopra tutto.. e fino a qui è una cosa comune penso.. la gerarchia di interesse è cosa consueta.
Questo valore aggiunto, nella migliore delle ipotesi mi comporta solo un irrigidimento fisico e difficoltà di parola, che piano piano, con la confidenza si scioglie… si parla di giorni, mesi, avvolte anni. Nella peggiore delle situazione, questo piedistallo è talmente alto, ma alto.. che ovviamente supera anche me.. e io, un pochino, mi voglio bene. La voglia di piacere, di partecipare ad atmosfere e amicizie diventa un desiderio talmente forte, una aspettativa talmente viva che mi pone in una situazione di esame, di giudizio persole altissimo e devastante. Combino casini e non capisco na mazza.. rendo come sotto esame, solo il 30%!
O come mai?
Semplice cerco di essere e fare cose in linea con gusti non miei ma di altri, e già non è una cosa facile se per di più sei in tensione e sotto esame, e magari anche in un contesto che poco ti appartiene…
Questa voglia di piacere, ma perché?
Io non posso dire di non piacermi. Avvolte esagero anche.. vero è, che forse, mi piacciono di più come appaiono altre persone. Personaggi, immagini di se. Non entro in questo tema troppo ampio.
Poi penso, e le persone che non mi fanno questo effetto? 1) sono molto di più per fortuna 2) che vuole dire? Mica le stimo meno! Assolutamente! È che la confidenza è maggiore, nata a pelle!

Rospo sputato. Smetto di farmi domande per stasera.

28 giugno 2006

Sicure illusioni

Io, punto di riferimento.
Non avrei mai creduto. Forse tutto questo traballare incerto tra pensieri, sensazioni e riflessioni non si percepisce dall’esterno.

Ieri sera, la confidenza di un’amica: “sei tu che mi dai la forza, sei il mio punto di riferimento”.
Stupita, ho pensato: “… eccchesonoNivadiMazzingazeta.. conlaforzaditezzuiaetuttoilrestofadase” …poi lei ha incominciato ad argomentare. Traminer aromatico delle Venezie. Mi vede serena, tranquilla nell’affrontare la vita, le cose belle e quelle brutte, lavoro, casa indipendente... questo non cercare un compagno disperamene come fanno le altre sue amiche, divertirsi con le cose che piacciono, il gruppo di amici ecc.
Dopo la prima reazione di sorpresa.. Cavolo, c’ho preso gusto! Eccome! Io che passo per essere una persona sicura?! Bha!

Allora è vero le certezze sono proprio illusioni.

16 giugno 2006

Un passino in avanti, con il golfino rosso.



“Io guardo il mondo da un oblò,
mi annoio un po’,
passo la vita ad aspettare …”


Questo è stato il mio pensiero, rivisitazione di Luna di Togni (“aspettare” è una mia aggiunta), abbinato al disegno del 24 marzo. Fu una splendida serata. Tra amici, meditazione e restituzione pittorica. Il tema individuato dal gruppo fù il germoglio. Forse l’incombente primavera aveva risvegliato in noi buoni propositi di miglioramento e crescita.
Mi capita spesso di associare immagini a pensieri, emozioni o sensazioni anche fisiche. Mi sembra d’aver letto da qualche parte che è una forma per metabolizzare esperienze.
Bhè anche quella volta non fù da meno. Mi risulta un po’ difficile raccontarlo, solo un pò, oramai chi mi conosce è un po’ abituato a queste stramberie. Comunque, durante la prima parte della meditazione ho sentito crescere il germoglio, saliva a mano a mano che si rilassavano le parti del corpo, dai piedi fino a l’addome. Lì ho perso l’immagine del semino che guardava il cielo azzurro e infinito dalla sua infinita piccolezza. Ha incominciato a prevalere il battito del cuore. Pulsava e invadeva tutto. Poi è arrivata la bambina vestita di rosso che saltava, saltava al ritmo del cuore come su di un gonfiabile. Ma la vedevo lontana, come se la guardassi da un oblò o meglio da un tubo. Si da una forma lunga cilindrica, come un finto cannocchiale. Lontana. Saltava e salutava con il suo golfino rosso.
Ora, non mi voglio perdere in analisi spicciola perché altrimenti mi presento davanti a San Salvi e chiedo la revoca della legge 180 di riforma psichiatrica.
Tutto questo perché ieri sono andata a ricercare il lavoro e ho ricordato questa esperienza, che non avevo certo dimenticata ma forse un po’ sopita.
Ho ritrovato il lavoro e m’andava di metterlo qui, come segno di accettazione.
Ci sono momenti della vita in cui ti siedi ad aspettare e non sai nemmeno cosa, altri che la ricerca di qualcosa di non definito di porta in cammino.
Un passino in avanti, con il golfino rosso.


ps. il disegno è bruttino, ma la mano non è in esercizio :-P

15 giugno 2006

Perché adesso l’India?

Qualche anno fa non comprendevo e non avrei mai concepito un viaggio in India. Visitare povertà e miseria? Non ne vedevo il motivo. Ricordo proprio di aver fatto questa considerazione dopo aver saputo del viaggio di un gruppo di amici. Avevo altre mete, altre finalità da raggiungere con una vacanza.
Poi, all’improvviso è venuta a galla questa esigenza. Esigenza. È più forte del desiderio di vedere posti nuovi o concedermi una po’ di riposo, del desiderio di riposo. È vero quello che si dice, L’india non si impone. È qualcosa di personale. Considerata il luogo dei saggi, della ricerca spirituale, di una altra materialità. Non penso di mettere piede a Delhi e di comprendere le controversie dell’anima. Vedo però questo viaggio come un passo nel mio percorso individuale, che questo blog in parte cerca di lasciar intravedere. Forse e dico forse, un incedere nella crescita, nell’accettazione e comprensione delle varie forme dall’animo umano.. in particolar modo il mio.

Troppo esoso? Può darsi.
Ogni tanto è necessario osare.

Umori penetranti

Ci sono degli stati d’animo che condizionano troppo. Delle interferenze emotive che penetrano senza limiti in ogni angolo del corpo e della mente. Avvolgono e invalidano. Spesso basta poco per dissiparli, in fin dei conti non hanno un valore in sé. Possono essere piccole cose amplificate, che acquistano forza relativamente del momento in cui colpiscono. Piove sempre sul bagnato. Oppure possono essere grandi cose, ma comunque per risolverle, devono essere trattate con leggerezza e semplicità. A cosa serve rimbrodolarsele addosso? A niente. Ci vuole tempo, sedimentazione.
Bene, detto una volta per tutte, questo dovrebbe essere acquisito. Invece no, tutte le volte come la prima, o quasi.
È faticoso elaborare e sviscerare ogni cosa con ragionevolezza. Perché la leggerezza non è una dotazione standard?

12 giugno 2006

Le cose che non ho voglia di fare

Le cose che non ho voglia di fare sono diverse, ma nemmeno troppe.

Non ho voglia di prendere impegni che non mi lasciano libertà di movimento. Impegni di quelli che ti incatenano con i sensi di colpa. …se non ci vado poi non c’è nessuno oppure hai già speso un sacco di soldi …ma chi farà quel lavoro e come lo farà (come sono brava io!?!) …è dovere essere informati e partecipare ecc ecc. Impegni dal quale non distilli che qualche goccia di soddisfazione perché poi, comunque, non sei tu che regoli il gioco. Ci sono altre persone, altre teste, altri modi di vedere che governano le partite. Insomma, dovere o pseudo tale. Poi magari, una volta lì diventa anche piacevole. Oh! in qualche modo mi devo pur fare coraggio.

Non ho voglia di socializzare per forza. Se qualcosa non mi fa giù non la voglio ingollare per dovere, per compiacere o per convenienza. Starò senza. Pace.

Non voglio bruciare il tempo che non torna, voglio poter godere al meglio di ogni singolo momento. Ma nemmeno rimanere fuori dal mondo. Una gusta misura tra la necessaria solitudine ad elaborare interessi autonomi ed un confronto con il mondo esterno non sarebbe male.

Bene, l’ho detto che non erano troppe cose puntali… solo massimi sistemi. Adesso dopo i buoni propositi c’è da buttar giù un piano d’attuazione.

21 aprile 2006

Amore e follia

(...) Ma Amore è anche figlio di Poros, la via, il passaggio, il guado. E perciò concede alla follia che ci abita il suo transito. Questa, irrompendo nell' ordine dei significati che l' io razionale ha costruito per espellerla, produce quel controsenso che denuncia la maschera eretta sull' elusione della follia. E qui la direzione del discorso si lascia intuire: Amore non è godimento di corpi, Amore è molto di più. Occupando «il posto intermedio tra l' uno e l' altro estremo», Amore si fa interprete (ermeneuei) tra la ragione che l' uomo ha costruito e la follia che ancora lo abita. Non quindi un rapporto tra uomini come si è soliti credere, ma tra la parte razionale dell' uomo e la sua parte folle o divina. Ma che ne è dell' io e dell' altra parte di sé quando Amore li accoglie? Che ne è dell' uomo e del dio quando Amore li interpreta? Se Amore, come Socrate ce lo ha descritto, non è tanto un rapporto con l' altro, quanto una relazione con l' altra parte di noi stessi, quindi un cedimento dell' io per liberare in parte la follia che lo abita, Amore ha a che fare con quei limiti ontologici che sono per l' esistenza la nascita e la morte. Morte dell' io per dissoluzione dei suoi confini, sua rinascita in nuove configurazioni. Questa oscillazione, che ogni atto d'amore porta con sé, ha bisogno della presenza dell' altro come memoria della realtà che si lascia e come possibilità di ritorno dal mondo estraneo a cui ci si è concessi nella dissolvenza dell' io. L' avvinghiarsi al corpo dell' altro, prima di un contatto, è dunque una presa. Per il solo fatto di esserci accanto, l' altro ci concede di perderci nella nostra follia e di riprenderci. Assistendo al cedimento del nostro io, con la sua presenza, come la levatrice durante il parto, l' altro aiuta la nostra nascita.
(...)Chi tocca questa follia ci affascina e ci induce a quel progressivo cedimento di noi stessi che rende possibile la liberazione di quella follia di cui si contorna Amore, dove il senso gioca col non-senso e dove non si dà nuova parola se non liberando a ogni istante l' antica follia. Così Platone erge Amore a simbolo della condizione dell' uomo «a cui però non è concesso distogliere l' occhio dal proprio taglio». E questa è la ragione per cui Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta.



Umberto Galimberti: Non siamo padroni di dire ti amo
Tratto da "la Repubblica", 30 agosto 2003