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10 gennaio 2008

UN FILO D'INDIA A SUD.

...della serie "a volte ritornano" e dato che oggi 10 gennaio 2008 è un anno che sono tornata dal mio viaggio rievoco così, ho un po' rimaneggiato quello che ho scritto, chissà...

Il diario di viaggio:
  • continua...
Le foto del viaggio

La mappa di viaggio:


Visualizzazione ingrandita della mappa

Sarà aggiornata insieme al diario di viaggio



14 febbraio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. Quel flipper della turca... (seconda parte)

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25 dicembre 06. Kancipuram. L’unica cosa che riesco a fare, dopo il salvataggio dell’aggeggio muto, è di passare a madre e figlia che mi hanno soccorso e rincuorato, il disinfettante gel che avevo in borsa e ringraziarle ripetutamente. Le seguo come un’automa, ormai insensibili ai sobbalzi del tuc tuc, alle petulanze dei venditori fuori dal tempio. Che stato d’animo di xxrda! Non ci posso crede. Il secondo giorno di ferie, primi attriti della distanza di questa relazione ai primi passi che corro il rischio di stroncare definitivamente con questo mio viaggio e che ti combini? Infilo il cellulare nel cesso!

Tempio simili ai precedenti, il Varada Raja Perumal Mandir. P
assiamo sotto il gopuram di ingresso e ci troviamo in un ampio spazio che lascia traguardare tutto: colonna centrale, tirtha, sala delle colonne e santuario. Mi trascino dentro la sala delle colonne, raggiungo gli altri. È bella, ma la verità è che non mi importa niente di queste nere sculture cesellate. Ho l’aria distratta e nonostante questo un falso brahamana mi chiama con un gesto, cerco di essere gentile, ma con la sua costanza riesce a trascinarmi dietro di lui per farmi vedere i dettagli da turista, falli enormi, Deva dasi succinte, e altre cose che non capisco. Gentile, cerco di essere gentile, ma l’unica cosa che capisce è la banconota. Cedo poche rupie per liberarmene. Raggiungo gli altri, scatto qualche foto. Le foto cominciano a farmi stare meglio, anche se questa nuova macchina digitale non la so pilotare ed è un continuo guardare nello schermo. Forse è questo che mi distrae. Non possiamo accedere al santuario in quanto non hindu. Ci sediamo all’ombra, sui gradini della vasca. Ci riuniamo pressappoco. Il più giovane del gruppo, Febbo, prova il lavaggio della camicia nella tirtha raccogliendo gli sguardi interessati delle signore indiane. Donne mature con bambine piccole, arrivate a fianco a noi al grido di “can touch to you?” o qualcosa di simile.
- Eh? Mi vuole toccare?
Allungo le mani alla bimba e questa si ritrae timida e vergognosa dietro la madre, ma basta poco perché anche lei allunghi le sue piccole e pittate manine verso di me. Lunghi sorrisi, qualche parola ed è già un invito a casa.

- Piccola come vorrei, ma siamo in gruppo non mi posso staccare.
Uff! Occasione mancata di farmi fare quegli splendidi disegni con l’henne che hanno, madre e figlia sulle mani. È da quest’estate che desidero averli. Mi accerto, come già supponevo, che non esistono luoghi, estetiste o quant’altro che li fanno a pagamento. È una attività che alimenta quella consorteria femminile che vive solo e ancora nel così detto terzo mondo e che invece, nella cultura contemporanea, è dannosamente sparita.
Ora dopo il sorriso della piccola, riesco a respirare sopra i miei drammi. Il segno evidente dell’inizio del recupero dopo l’apnea, è l’acquisto di un paio di ciabatte di pelle fuori dal tempio. Non potevo non comprarle! Giuro! Quell’uomo mi ha aspettato dopo avermi visto entrate, mi ha messo al piede un paio di scarpe del MIO numero esatto e per 300 rupie, circa 6 euro, mi ha dato un paio di infradito di vera pella cucite a mano. Come potevo non comprarle!
Durante la visita la negozio di stoffe, scena del delittuoso evento, partecipo poco al mercanteggio per seta e pasmine, riesco a fumare e bere masala chai, pensando un po’ più lucidamente. Le opzini sono due: uno) se il telefono riparte non sarà immediatamente, ma da asciutto, quindi, non rimane che aspettare, avvisare il mio panzerottino dell’incidente e prospettargli una soluzione per l’eventualità che la prima non si avveri. Quindi, due) in tutta l’India sono tantissimi i baracchini ISD per telefonare, non ci saranno intoppi di comunicazione ci sentiremo spesso, molto spesso, perché è quello che voglio anch’io, non posso stare senza sentirti tesoro!
Assaporo già il tuo giustificato malumore. E così è, dopo un frettoloso sms dal cellulare dell’Omonima, dopo una ricerca vana degli ISD anche lungo il tragitto in autobus, mi faccio prestare il telefono indiano dal Guru e riesco a mettermi in contatto con te. Io sull’autobus in mezzo a tutti, tu dall’altra parte del mondo incredulo, escono dalle nostre bocche poche parole che non aiutano. Il magone che mi porto dietro aumenta, il disagio di questa vacanza pure. Cosa ci faccio io qui? Le domande mi affogano nel sonno.

Quando mi sveglio l’aria è diversa, il paesaggio diverso, strade da grande percorrenza, brezza marina, l’oceano vicino. Passiamo sopra a degli specchi d’acqua ed arriviamo quasi al tramonto a Mamallapuram, in un luogo, a giudicare dall’affollamento, molto turistico. Ma non troviamo tedeschi in braghe di tela e birki’s, sono tutti indiani, coloratissimi indiani in vacanza. Scendiamo e di nuovo la dannosa esigenza fisiologica. Chiappiamo uno dei ragazzi che vende elefanti di pietra e ci facciamo accompagnare in un folto gruppo, che come comun denominatore di tutte le escursioni alla toilete, ha la Tina, la sorella di Febbo. Tra il sonno e la disperazione di non essere telefonomunita, ho il mento sotto i piedi. Mi sforzo di sorridere, ma mi sento un cencio. Fatta tutte, ci avviciniamo all’ingresso della zona archeologica, attraversando un frastornato esodo di turisti. Siamo a I cinque ratna, sono un gruppo di templi monolitici mai consacrati che per essere cinque sono stati identificati con i fratelli Pandava e la loro unica moglie Draupadi, protagonisti del Mahabarata, il maggiore poema epico indiano. Inutile dire che non mi emozionano, pietra logorata dal vento che traspira antichità, ma pietra. Aspetto il tramonto che mi sfugge all’obbiettivo, macchina che non mi obbedisce.
Qualcuno mi pesta l’alluce, che così ho fatto bingo?
Passerà, dai che passerà! C’è solo da riposizionarla per il verso giusto questa vacanza, anche perché così tanti giorni torti non sono una gran bella cosa, aggiustala che non succede mai nulla per caso. È karma, direbbe qui, e lo penso anch’io.
Dopo un’ulteriore visita alle toilette, occidentalmente gestite da una simpatica signora, ripartiamo ed io perdo ancora conoscenza nel sonno. Mi sveglio in città, Mamalapuram, marittima e turistica, per occidentali: negozi aperti, vestiti da hippy, gioielli vistosi e ISD e punti internet. La mia salvezza!
Arriviamo in quello che sembra un albergo carino, hindy, ma carino. Dov’è l’inganno? Non hanno sufficienti camere per noi. Cosa faremo? Bho. Attendiamo e nell’attesa girovaghiamo per il paese. Telefoni tutti occupati, arriviamo in spiaggia, l’oceano. Turistica ma carina, baretti e ristoranti acchiappa Yankee con lucine di natale. Ci sediamo in cerchio a fumare una sigaretta guardando il mare. Non siamo ancora una compagnia affiatata e la conversazione langue. Ce la faremo mai ad affiatarci? A volte mi appaiono tanto diversi da me, i miei compagni di viaggio. Calpestando questi pensieri, mi si avvicina un uomo magro, vestito con un dothi a quadri, con una bambina piccola, nuda, solo con la maglietta, ma senza mutandine. Mi chiede con impaccio una sigaretta e poi ci parliamo, tra gesti e poche parole. Mi dice di essere uno scultole, lavora la pietra, sua figlia a 4 anni. Ricordo che Massimo ci ha anticipato che una caratteristica di questo villaggio è la lavorazione della pietra. È un uomo modestissimo anche nella carne, asciutto e muscoloso quel necessario al lavoro, l’abbigliamento minimalista. La figlia gli si accovaccia addosso, coprendosi gli occhi con le mani, per noia, per timidezza, per sonno. È buio e l’oceano non si vede, si sente solo il rumore, oltre la barriera di barche dormienti. I miei compagni di viaggio non sono interessati al mio amico scalpellino e non alimentano la nostra conversazione. Ci salutiamo, le mani al naso, la testa china, namasté, un buffetto alla piccola e ritorniamo sui nostri passi.
I miei terminano prima, alla cabina dell’ISD, estraggo l’agendina decisa a far funzionare quell’apparecchio e sentire la tua voce. Il dubbio è sui prefissi, come procedere? Devono esser messi tutti ‘sti zeri? Ma si tratta al massimo di andare per tentativi. Poi ecco che prende la linea e il momento è magico. Un primo attimo per riprenderci dalla sorpresa, dall’emozione, dalla sete di sentirci e quello che esce da quel filo sono parole dolci, d’amore, di comprensione e di dialogo. Niente al mondo mi poteva far stare così bene, se non la tua voce e quelle parole colme d’affetto.
Riesco addirittura a ricordarmi di avere una famiglia e degli amici da avvisare. Il numero di mio padre sull’agenda è sbaglio, importuno più volte una signora. I neuroni rientrano in circolo e ricordo a mente il numero di mia zia, loro vicina di casa in Umbria. La zia è già informata del dramma della mancata comunicazione di Natale e all’altro capo del mondo, la sento urlare dalla finestra - Lilià, Lilià - per chiamare mia madre e avvisare tutto il paese della chiamata internazionale.

- Zia, richiamo tra 10 minuti, tranquilla.
Faccia come il xulo, sfoggio serenità.
Nell'attesa, mastico sigarette e sfrutto il collegamento con l’occidente, avviso il mio amicofratello, o almeno ci provo, e richiamo la mamma, facendo i miei doveri di figlia.

Ma adesso sono in pace con il mondo intero, dopo che ti ho sentito amoremiobello, riesco a gioire della sistemazione in quadrupla, a non reagire all’epiteto di zittella che mi ha affibbiato la Sciura con cui divido la stanza, e a godermi l’abbondante cena a buffet fatta di specialità indiane e sottofondo d’oceano.

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12 febbraio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. Quel flipper della turca... (prima parte)


25 dicembre 06. Kancipuram.
La luce della mattina in India è qualcosa di particolare. Non so come mai ma, quando la percepisco, entra sempre, miracolosamente, da destra, invade la camera irradiando timidamente di un colore giallo pallido, rispettosa del morbidezza del sonno. Questa mattina però, è preceduta da un irriverente suono ritmico, mitragliate. Sono iniziate prestissimo e ne scopriamo la provenienza solo quando l’occhio scende dai lontani orizzonti e cade nel retro del cortile dell’albergo: diversi uomini erano intenti nel retro cucina a tagliare verdure, e lo erano stati già, dalle prime ore dell’alba.
- Rouge, quella sarà la nostra colazione!
Scendo al banchetto accompagnata dalla danza dei nostri sms che rimbalzano da due capi del mondo, ignorando il fuso orario. Riconosco che per l’ora e la distanza sono stata troppo ermetica, cerco per quanto possibile di spiegarmi in ultimo lungo sms e spengo il telefono, considerando che potrei lasciarti dormire visto che da te è notte fonda.
La colazione non prevede quelle verdurine tagliate fini fini sulle piastrelle del retrocucina, o forse sì, se fossi stata in grado di chiedergli quella prelibatezza indiana. Pago la mia ignoranza con pane e marmellata, e le petulanti lamentele della Sciura compagna di viaggio che a quanto pare, non era preparata alle pause indigene.
Il primo tempio della mattina è l’Ekambareshvara Mandir di Kancipuram, chiamata velocemente Kanchi. L’autobus ci lascia poco lontano ed entriamo con le scarpe ai piedi. Dal gopuram d’ingresso alla sala colonnata c’è un ampio pezzo di sterrato. Ci viene incontro un giovane brahamana grassoccio, con due enormi occhi verde cangianti ed un sorriso incurante del mondo. Si chiama Narayana. Come il figlio di Ajamila della storia che mi ha dato Massimo, tratta dal sesto canto del Bhagavata Purana. Nara significa uomo e yana viaggio. Pronunciando il nome del figlio il padre, durante la sua vita peccaminosa, si salva davanti agli occhi di Yama, dio della morte. E sia chiaro... è solo una delle storie, indagare sull’etimologia, il significato del mondo significa entrare nell’intrica ed affascinantissima mitologia religiosa indiana.
Lasciamo le scarpe nell’immediata vicinanza del complesso ad una signora con un dente solo impegnato nel masticare le foglie di betel, quelle che ti fanno diventare labbra e gengive rosse. Il tempio è vastissimo. Siamo accolti sotto la kalyana mandapa, la sala dalle mille colonne, almeno questo è il nome, ma le colonne non sono certo tante. È ospitato qui con noi, Nandi, il toro veicolo di Shiva, che c'indica chiaramente a chi è votato il tempio. Lo spazio è stretto, le colonne non sono distanti tra loro che più di 2/2,5 mt., le misure di un architrave in pietra. Oltre la vasca per le abluzioni, la tirtha. È enorme, l’acqua è verde e qualche forma umana la contorna sempre, uomini a bagno, donne che lavano gli indumenti, chi indugia a guardare l’acqua o a pasturare i pesci. Narayana ci accompagna dentro, varchiamo un grande portone di legno. Ci troviamo in un ambiente ampio, costituito da un percorso dal tracciato quadrato costeggiato da portici rialzati e coperti. Percorrendolo ci conduce al santuario vero e proprio, dove è custodito un prithivi-linga (linga è il simbolo del maschile in questo caso di terra). Riceviamo qui la nostra prima benedizione, giriamo intorno al fallo e il brahamana ci mette la campana in testa benedicendoci pronunciando il nostro nome. Continuiamo il percorso quadrato sul quale si affacciano numerosi tempietti. I brahamana del tempio, siamo sull’ordine di 50 famiglie in questo tempio, ci precedono con le loro liturgie. Arriviamo in un cortile interno che racchiude il veneratissimo albero di mango. Veneratissimo perché sembra che qui, Shiva, abbia concesso il perdono a Parvati, che scherzosamente gli aveva chiuso gli occhi con le mani, voleva giovare insomma, senza pensare che avrebbe messo nell’oscurità il genere umano. Sciocca femmina! Comunque, tutti i pellegrini salgono, girano interno, lo toccano, e ricevono un’altra benedizione, con terra grigia che si strofinano sulla fronte. Sembra che l’albero abbia potere di garantire sicura fertilità e perdono. Io lo guardo e chiedo solo comprensione per quegli sciocchi e eccessivamente dotti sms. Ma il mio telefono è silente.

Da qui ripartiamo per un altro tempio, sempre shivaita, il Kailashanath Mandir. Ancora prima di scendere dall’autobus ci accolgono i venditori di ogni bene, ragazzini dalle gambine secche ma dalla testa fina, che sanno come lavorarsi un turista, strappandogli un sorriso. Entriamo nel cancello di recinzione del tempio salvandoci con un “dopo, dopo” che le creature già anticipano, avendolo imparato da chi sa quanti prima di noi. Questo luogo è diverso dagl’altri, è più piccolo. Leggiamo la guida: “dedicato a Shiva, signore del monte Kailasha… voluto da xxx detto Rajasimba, leone tra i re, nel 700 d.c.” - lo stesso che edificherà lo Shore Temple che vedremo domani – “esempio significati di architettura dravidica”. Lasciamo le scarpe direttamente nel tempio, il vano di accesso, appena dentro le mura, è piccolo, come calcolabilmente ridotto rispetto al precedente è il tempio. Dal cortile si vede al centro l’unico edificio sacro aperto su di un lato con un portico che non conduce dentro. L’accesso è laterale e porta in un vano buio, dove se riuscissi a vedere qualcosa, metterei a fuoco la divinità. Ma vedo solo un enorme ghirlanda di fiori che ad occhio e croce, avrà un diametro di 20 cm e non oso pensare la lunghezza. Io non ho parole, sembra che qui i fiori non deperiscano. Percorriamo il percorso a ridosso del muro di cinta ammirando le sculture del VIII sec. in parte, si leggono delle stuccature. Rimango incantata da una Durga sulla tigre. Ho letto che a sud, molto più che a nord, sono venerate divinità femminili, questa energia di Shiva dalla forma terribile in particolare.
Prima di andarcene, facciamo una ‘azzata terribile. Avevo portato una serie di cappellini gadget per dare alle creature che ti chiedono sempre qualcosa. Quello non era il momento, ma l’abbiamo capito dopo. Sono apparsi diversi bell’imbusti che hanno preso i beretti ai più piccoli. Mai più una cosa del genere.

Prima di fare la terza visita al primo tempio visnuita - raro al sud, dove il culto principale è del divino Shiva, re della materia nella trimurti induista - si presentava necessario espletare un'esigenza fisiologica, mia, e di altre quattro compagne di viaggio. Bene, dato l’impossibilità di trovare luogo per scendere in campo, MassimoGuruMamma, ci monta con l’autista del bus su due tuc tuc, che ci portano ad un bagno. Ma, dire che siamo scettiche è poco. Questi apitti indiani sono infernali, guizzano come pazzi nel traffico, frenano all’ultimo tuffo e suonano il clacson in continuazione. Ci ferma davanti ad un negozio e ci fa incamminare verso un lungo e stretto corridoio all’aperto, dove sono abbandonate delle bici. Entriamo in una stanza dove c’è un telaio e un uomo che tesse. Dovevamo avere la pipì a livelli da ottusione mentale per non capire che quello sarebbe stato il negozio dove la guida, ci avrebbe portato in seguito. Bene, diligentemente in fila, facciamo i nostri bisogni in due settori, quelli per il water e quelli per la turca. A me tocca quest’ultima, ed in coda alla fila. Appena giungo in postazione, dal mio professionale gilet un po' fotografo, un po' Sampei, esce il cellulare, dal quale attendevo ancora risposte. Questo esserino inanimato prende il via e si dirige diritto diritto al suolo, attratto da quella terrificante forza che è la gravità. Dato che la mia posizione era precisa accademicamente scelta per far pipì, il cellulare mira la turca e rimbalza istericamente, come la pallina di un flipper colpito con tanto di sobbalzo d’anca, prima a destra, poi a sinistra, ancora a destra ed infine raggiunge il nero centro dello scarico. In un nano secondo rifletto: sopporto lo schifo della mano immersa, o la sofferenza del dileguato contatto con te? La prima che hai detto! La mia mano si immerge nella pipì di quelli che l'hanno fatta prima di me, per cogliere subito il naufragato attrezzo. Solo la paura dell’isolamento mi spinge a chiedere aiuto e a passare alla cunese madre sprint, il cellulare spiegandole l’accaduto, scusandomi ripetutamente. Non potendo fare altrimenti, nelle condizioni in cui ero. ... e non avevo ancora fatto quell'impellente pipì.
Dramma! Come facevo ad avere tue notizie adesso? e poi quegli sms in sospeso? Magari tu, adesso, stavi attendendo una risposta che non arrivava?!
Me pasticciona! Le domande mi annebbiavano la mente e non mi davano capacità reattive.

Continua…

08 febbraio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. Una Vigilia d'inizio. (seconda parte)

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Al baretto dell’aeroporto cedo a quello che non ho potuto fare all’alba al Tempio, mangio samosa*, fagottini dorati di verdura fritti in una pastella croccante e friabile, ovviamente ben conditi di spezie. Dal seggiolino del volo interno, riesco a malapena a scambiare due parole con iniziaconEmanonricordoilnome per poi addormentarmi ininterrottamente, fino a quando la squadra di calcetto dei figli del mio vicino di seggiolino non hanno iniziato a stranazzare. Rientro in me solo quando metto i piedi sulla scalette dell’aereo e tocco sulla pelle i 25 gradi dell’aria del sud. I miei piedi nudi dentro le ciabattine estive riprendono un colore vitale e gustano, come una premiata ricompensa dopo il freddo dell’aria condizionata, il tepore naturale di un inverno all’equatore. Madras, Chennay, ci siamo finalmente!

All’autobus altri due compagni di viaggio, lei, soprannominata immediatamente Hilton, conseguentemente alla sua prima parola in apprezzamento sugli standard di pulizia negli alberghi, lui, Frank, ci recupera con il classico cartellino da autista in cerca di polli prenotati.
Ricarichiamo tutto sul bus e partiamo per il primo tempio, il Kapalishvara Mandir a Mylapore. Ho letto qualcosa sulla guida, ma non ricordo cosa… lungo la strada ritrovo quello che è il mio concetto d’India, mucche, baracche e dissesto dignitoso, famiglie intere in motorino, negozi sulla strada, banchini improvvisati che vendono di tutto, vita nei fiumi, clacson e Ambassador, richshaw e uomini scalzi, donne bellissime, colori sgargianti. Tutto questo nei due passi che facciamo a piedi verso il Tempio si amplifica. Banchini di fiori e ghirlande, montagne di cocco e frutta fresca, bici, tante bici, spezie… prima di entrare ci togliamo le scarpe e le lasciamo in quel deposito che sa tanto di campo di concentramento.
I templi del sud sono molto diversi da quelli del nord, sono ampi, vere e proprie cittadelle per estensione. Ricordano molto i nostri castelli e castellari medievali, fatti di torri di ingresso, cinte murarie e canali d’acqua. È una suggestione confermata dalla funzione di rifugio che avevano durante gli assedi. Gli accessi nelle direzioni dei 4 punti cardinali sono segnate dai gopuram, torri altissime, dalla base quadrata e sviluppo piramidale, che notte tempo venivano illuminate ed avevano funzioni di faro per i viandanti. Nei recinti, prakara, si aprono gli ingressi a corti concentriche che racchiudono vari edifici dalle funzioni svariate, cucine, stalle, alloggi, oltre ai templi secondari e al santuario centrale sormontato dal vimana, copertura piramidale. Quest’ultimo sormonta il luogo più sacro del tempio, il garbhagriha, cella cubica e spoglia che custodisce la divinità.
Questo tempio è dedicato a Shiva. Le decorazioni dei gopura sono stupefacentemente colorate e accese, contrastanti con la luce altrettanto incredibile del cielo e della luna. Ritorna spesso l’immagine del pavone. Ricordo, secondo il mito qui si deve essere consumato il perdono di Shiva verso Parvati, che venne liberata dalla forma di pavone in cui egli stesso l’aveva incarnata. Divinità bizzarre quelle indiane, almeno quanto quelle del cartoon Polloc. Shiva è geloso della consorte che lo aveva trascurato per ammirare un pavone, la trasforma nel vanesio animale e poi, sofferente per la sua mancanza e pagato dall’esercizio ascetico della sua consorte energia, l’abbia ricondotta nella sua forma.
Non entriamo nel garbhagriha perché troppo affollato, e lo circumnavighiamo dall’esterno, chiaccherando con chi ci viene incontro incuriosito. Tutt’intorno al santuario principale piccoli templi con altre divinità o lingam e yoni, origine di tutto. Prima di uscire prendiamo la nostra prima benedizione dal brahamana che accoglie con un sorriso le nostre ghirlande.
L’emozione non è più la stessa, l’aspettativa di quei forti impulsi mi porta spesso alla mente la domanda: “ma avrò fatto bene?”. per non lasciarmi sconfortare cado nell’assaggio delle prime delizie indigene, aperitivo fatto con mix di mango ed ananas con masala spice nel cartoccio di quotidiano hindu. Niente male, lo riproporrò! … ricetta doc, affogare quesiti nel cibo. Ed è così che mi trovo con Massimo a concordare il menù di natale con lo chef del Grt Regency Hotel di Chennay. Una selezione di piatti conosciuti, jeesa rice, birmani vegetariano, masala dal, tandory chicken, paneer qualcosa, e lassi, immancabile.
Come immancabile è il panettone, Il nostro Frank ha visto bene di farci venir voglia di casa con un mini panettoncino di Pinerolo, Galupqualcosa, nel quale abbiamo tutti immerso le dita per poi leccarcele avidamente.

* I samosa sono diversi dai pakora, i primi sono fagottini i secondi sono verdure a fette fritte.

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07 febbraio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. Una Vigilia d'inizio. (prima parte)

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24 dicembre 06. C’avrei scommesso, niente cena. È stata una notte lunga e non solo per lo stomaco vuoto.
Non eravamo proprio comode, tre in un piccolo matrimoniale, tre con scarsa confidenza tra di noi e con la necessità di acquisirla rapidamente, bagagli aperti a turno, doccia con il bricco, io che dormo a salma – sì, modello obitorio, supina, mani sul petto e alluce predisposto al cartellino - la rossa che non dorme proprio e… per un ancora più dolce risveglio: frittata di cipolle con masala chai, in camera ovviamente, perché tanto avevamo posto!
… e fortuna che non ho iniziato a parlare di notte dal primo giorno. A Tiziana quest’estate è andata peggio!

A mattina, quando è ancora l’ora dei morti viventi e fuori è notte che nemmeno ti sembra di aver dormito, dal centro del letto, zompo di sotto allo squillo del cellulare. Ci prepariamo. Il Guru dice che a Delhi, a dicembre, fa caldo, ma a vedere dai piumini di quelli convenuti con noi all’aeroporto ieri, non sembrava proprio. Abbigliamento studiato da tempo: ciabattine, pantalone comodo e straccione per mimetizzarmi, giubbottino con le tasche, per portarmi dietro obiettivi e accessori della macchina fotografica e bandana rossa, eco del precedente viaggio. Pronta!
Ci ritroviamo semi digiuni nella minuscola hall dell’albergo e saliamo sul busse, come faremo per le 15 prossime mattine. Destinazione Tempio Sikh "Bangla Sahib" di Delhi. Il mio stato d’animo è complesso, riconosco di essere assente a me stessa e avere una parte del cervello e dei sensi al cellulare ed ogni possibile segnale in arrivo da occidente, dal Tuo occidente. Allo stesso momento vivo un confronto conflittuale tra la vacanza trascorsa e con quello che ero allora, e la vacanza in corso con quello che sono, adesso. La cefale potrebbe essere il giusto prodotto di questi contorti pensieri.
Guardo per strada. Non è la stessa Delhi. Niente prati verdi, niente traffico silenzioso e ordinato, solo periferia, campi sterminati e aridi, caserme, parate su dromedari, baraccopoli, cantieri incancreniti lungo la strada. Sono contenta di partire da un tempio Sikh, parto dalla fine dello scorso viaggio e dalla rivoluzione che ha causato in me.

Scendiamo a pochi metri dall’ingresso, è presto, l’aria è fresca e mi punge i piedi scalzi, personale avventatezza, mia e del Guru. All’ingresso, varcato l’angolo dei pakora, una gentile signora vestita di un sari blu notte ci accoglie e ci conduce una sala, dove ci spiega in breve cos’è la religione Sikh e da dove nasce (vedi il corsivo in UN FILO D'INDIA. Amritsar e il fiume di pianto). Ci accompagna attraverso gli ambienti aperti per le abluzioni mattutine. Devo dire che mancano di quel ché di splendido e veneratissimo che si respira nella città sacra. Il sole si sta alzando in cielo e rende nebbia l’umidità della notte, attutisce le immagini dei fedeli prostrati nel grande cortile, incuranti del freddo marmo bianco di rivestimento. Si apre davanti a noi la facciata dell’edificio dedicato al culto, scarsamente monumentale, almeno non quanto la grande vasca con porticato laterale, copia esatta di quella al centro del Tempio d’oro, ad eccezione del Sancta Santorum, qui assente. Potrei essere emozionata, visto l’effetto lacrimatore che ho avuto ad Amritsar, ma non è così. La sala è suggestiva esclusivamente per il tocco della luce esterna, gli arredi sono preziosi si ma ciarlieri, ridondanti e un po’ baracconi. Ma l’aria che si respira è serena, rilassata. Ci abbandoniamo alla nenia del libro che riempie l’aria e spazza via ogni riferimento temporale. L’operosità di questi uomini o donne nel ripetere a memoria le parole di questo loro ultimo illuminato è incredibile, non sembra nemmeno di essere alle prime luci del primo giorno in india, sembra di essere lì con loro da sempre. Ma appena usciamo capiamo di essere stranieri, turisti invadenti, ce lo ricordano i mendicanti e i nostri acquisti, i tempi forzati di visita che ci portano immediatamente in direzione aeroporto per prendere il volo per Chennay, tra poco più di due ore.

continua...

02 febbraio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. Viaggio interminabile.

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23 dicembre 06
, Delhi, albergo da scordare.

Grande prova d’adattabilità la giornata di oggi! Sbarco a Mosca ad ora impropria, proprio quando ero riuscita a prendere sonno. Ci ha accolto Olga, unica hostess, che per altoparlante, cercava disperatamente una certa Nadia. Niente, povera Olga, doveva fare tutto lei, accoglierci uno ad uno dalla nostra lunga fila, spillare il biglietto alla carta di imbarco, chissà per quale motivo poi. La cosa ridicola era lo strumento con cui lo faceva, una pinzettatrice viola da bambini, dimensione 3 cm, nella quale entra pochissimi punti, per cui era costretta a fermarsi ogni 4 persone per rifornirla.
Sempre Olga apriva la porta dietro di lei, dove si erano fermati in sosta i passeggeri a cui lei, aveva spillato i biglietti, per farli entrare in aeroporto. Noi tra questi. Ancora sconosciuti.
Io ero con le amiche milanesi a sghignazzare della spillatrice e della fuga di Nadia.
Lo scalo di Mosca non é certo dei più felici. Negozi chiusi, in probabile apertura, forse. Capisco che sono le 4.00 ora locale, ma questi negozietti, li vogliamo aprire o no? ...per il diletto dei turisti?
È accaduto, dopo un caffè da cinque euro pagato con carta di credito da non so chi, parte il primo giro di shopping. Matrioska d’obbligo. E giro dopo giro, prendiamo atto che non esistono poltrone su cui svaccarsi. Bene, seguiamo il guru-esempio e ci buttiamo come barboni lungo il muro di un corridoio. Tento di resistere al sonno randagio, mi metto a leggere. Tondelli ti finisco! Niente, pur appassionandomi, verso le 6.00 del mattino crollo.
Mi sento un rapper americano diventato barbone, jeans, felpa con cappuccio, giaccone a mo’ di coperta e braccia conserte, con l’aria di chi morde se importunato. Mi sono sempre chiesta, vedendo turisti abbandonati lungo le strade, come si possa fare a ridursi così. Adesso lo so, smetterò di avere quel distacco snob.

Conciata così, devo metter proprio paura perché i miei compagni di veglia, l’Omonima e il Cheto con la Rossa torinese, mi lasciano dormire e vanno in cerca di cibo, sussurrandomi queste parole “andiamo a fare colazione, cappuccino e brioche, svegliati...”. Sèèè! Avrei voluto dirgli che cappuccino e brioche li avrebbero rivisti solo al Malpensa il 10 gennaio prossimi.

Lo stesso mio riguardo non l’ha avuto l’omino russo delle pulizie, svegliandomi con il suo bip bip bip circunavigandomi con la sua pulitrice. Bip bip! Le 9.00.

Quando alzo gli occhi causa bip bip, mi accorgo che non c’è più la famiglia indiana che bivaccava davanti a me. La bambina sui due anni, mi ha conciliato il sonno con i suoi rispettosi gridolini. In un primo momento è stato sveglio il padre e l’ha fatta giocare, anche se devo dire sempre in modo rispettoso per noi compagni di corridoio, in modo che si stancasse. La madre, bella in carne, dormiva, coricata su di una stuoia per non sporcare il suo splendido sari rosso-Valentino. È bellissimo il senso della famiglia che hanno gli indiani. I padri giocano spessissimo con i figli piccoli, c’è un contatto che in occidente sembra, a volte, diventato superfluo o peggio fastidio.
Nemmeno mezz’ora per rientrare nel mondo che i miei fedeli vengono a recuperarmi. Per ingannare il tempo fino all’imbarco, non c’è altro da fare che ispezionare i Duty free! Negozio, cesso, sigaretta. Non passa più! Comprare, comprare, è l’unica cosa da fare: stecca di Camel medium 16,00 euro, da non perdere, matrioske da tutti i costi e dimensioni, colbacchi… utili in India no?
Le 13.00 dell’imbarco non arrivano M A I!
Apre il check in, forse per farci passare il tempo, ci levano scarpe e cinture, quasi nudi passiamo nell’ala con, sorpresa… le poltroncine!!! Ohhhh!! Incominciavo a pensare di fare miliardi con il brevetto di questo comodo oggetto nell’Ex Urss! Da seduta comoda, riapro Tondelli e mi estraneo, arrivare in fondo al libro è diventata una sfida.
Personaggi e narrazioni sono avvincenti, ma le storie sono troppo forti, estreme direi. Mi impressionano molto, m’arrivano allo stomaco.

Arriva anche l’imbarco, se Shiva vuole! Aereo come il precedente, non proprio in ottimo stato, ma tutto sembra fungere, speriamo. Sono tra i miei compagni di viaggio, accanto alle belle milanesi. Mi incuriosiscono molto, ma adesso non ho voglia di intromettermi della loro affiatata conversazione. Proseguirò la mia lettura sulla provincia reggiana tra pessimo cibo del volo e spregiudicato sonno.

L’applauso dell’atterraggio sancisce l’arrivo: Delhi! Aspetto il pasoliniano Odore dell’India, quel rancido odore da drogheria d’altri tempi, tra lo stantio della muffa e il profumo delle spezie. Ma complice il clima di dicembre o l’anglosassone città - Delhi non è Bombay - io non ho sentito niente.
Cesso, immigrazione, cambio e cicca in bocca pronta per l’aria aperta.
L' umido, almeno quello ci sarà?
Il gendarme geneticamente selezionato, altissimo, inizia una sequela di improperi per farmi capire che non si può fumare al chiuso, indico che la sigaretta è spenta e che ho capito, ma lui continua, tacciandomi, come ho già imparato, da donnaccia occidentale fumatrice.

Aria aperta, umida e anche un po’ freddina. Ora capisco tutti quei paltò pesanti degli indiani. Darren, Il nostro agente all’Havana, ci aspetta, con il suo golfino da Ragionier Filini, ci porta all’autobus. I portatori iniziano a portarci le valige, iniziano a ricevere le nostre mance, un continuo che non smetterà più fino alla fine del viaggio.

Giungiamo qui, nel top del confort very hindy, Rblues Hotel, collocato sull’incompleta strada fuori dall’aeroporto. Sono le 24. Anche volendo lamentarsi, non ce né proprio la forza. La scena di accomodamento è stata bella, questa merita raccontarla.
Arriviamo, sbarchiamo dal bus, Massimo conversa con il receptionist e capiamo che non hanno stanze a sufficienza, non hanno bar o ristorante per farci cenare - si alle 24 e senza cena - e non hanno nemmeno il bar per la colazione domani mattina all’alba.
Risultato? Dormiamo in tre in un matrimoniale, io, l’Omonima e la Rossa. Disponiamo di una stanza di 2,5x2,5 mt, dove il letto vive solo addossato alla parete, quindi si sale o di fondo o da destra. Lo spazio vitale disponibile per contenere i nostri corpi in sosta e le valige da occidentali è 50 cm tra letto e muro e poco più tra letto e porta del bagno. Siamo in India no? L’arte di arrangiarsi è la prima cosa da mettere in valigia. E così é. Gli avevamo chiesto qualcosa da mangiare, ci hanno assicurato che ce lo avrebbero portano in camera ma dubito proprio. Ah… la doccia con il bricco, all’indiana, il getto alto della doccia butta solo freddo.

Buona notte India!

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30 gennaio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. “Prima di partire per un lungo viaggio…” (seconda parte)

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Il giorno prima.

Il giorno prima della partenza, giovedì, è stato un tour de force interminabile. …e svegliati presto, vai dall’estetista, chiudi la valigia, e cerca l’oggetto dimenticato, la valigia non si chiude, caccia alla valigia più grande, scendi in garage, risali, svuota la piccola, riempi la grande, chiudi, cerca il lucchetto, pulisci casa, poco, continua verifica telefonica a tuoi, verifica sulla spesa per la sera, getta subito la rumenta che poi domani te ne scordi e puzza fino a dopo befana, fatti una doccia e vestiti, cerca qualcosa che ti entri nella tua recente versione TrudyGambaDiLegno, passa dall’erborista per gli ultimi acquisti, aspetta che signorina con le mani perfette apra il negozio, fatti fregare ben bene e poi riparti direzione casa-mamma, la meta, l’ultima meta di questa giornata, l’aperitivo di saluto con gli amici!

È usanza consolidata, anche se recente, passare insieme agli amici d’infanzia e con gli Squillo, una vigilia laica. …E dato che sarò assente per la nascita del divin pargolo, ho pensato bene, con il sostegno degli genitori sempre pronti a banchettare, di non perdere l’occasione e anticipare i festeggiamenti ad un ape-pre-pre-pre-vigilia, e l’invito è stato accolto! Tutti insieme appassionatamente attorno al tavolo.

Pre-Abbuffo, lo scarto dei regali Famigghia, cioè quelli fatti a me dai miei, e quelli si sono fatti tra di loro. Che tipi! Si comprano i regali insieme e poi se li impacchettano e se li scartano! Ma non mancano le sorprese! Poi l’Abbuffo, eccessivo come sempre e infine il Post-Abbuffo. Consueto dessert, panna cotta e attacco ai miei orrori ortografici, immancabile! Come sparare sulla Crocie Rossa! Consueta anche la pianificazione vacanza pre partenza. La sosta a Mosca del volo indiano ha dato il via ad una fantasia di gruppo su un iperbolico viaggio estivo, partenza in macchina - inutile specificare quale, sogno è! - direzione Ex Urss, via Vienna, Varsavia, toccano Mosca e San Pietroburgo - ops Leningrado! – e poi Varsavia tornando per Odessa… qualcuno non disposto ai voli pindarici mi taccia di sfacciata, ma è più forte di me, pensare in movimento.
Questo e non solo, il clima pre partenza, emotivamente diverso dal precedente.

A casa, da sola, ancora un’altra dimensione.

Io con me, e basta. Io e la mia valigia, io e i miei libri da viaggio, sempre troppi. Io e la verde guida Touring, io e i racconti dell’India mistica, io e Tondelli, in pool sul mio comodino. Dopo un primo avvicinamento di quest’estate, il libro che mi ha ipnotizzato, che mi chiama tra le lenzuola la sera come un amante è Altri libertini. Letto in modo disordinato, avviato dalla tua voce modulata che mi sussurra direttamente al cuore, stupendo. Lo porto con me, non viaggia solo, porta con sè l'idea di te. Per lo stesso motivo, altri volumi, che rimarranno sicuramente in fondo alla valigia, ma che mi conforta sapere di aver con me.

Saprò sopravvivere in India, ma vorrei qualcosa di più. Vorrei godermela questa vacanza, viverla bene. Perché penso questo? Perché il germe della distanza, dei nostri litigi di questi giorni incomincia a pormi qualche dubbio.

Per il fabbisogno alimentare, oltre la scorta fisiologica che mi porto appresso, ho anche un pacchettino verde, regalo natalizio di una previdentissima Cate: olio, parmigiano e grappa! Che donna! Se non ci fosse bisognerebbe inventarla! Già registrato vero? Bene, non manca nulla… spaghetti e pommarola alla prossima spedizione, chiudo tutto stasera, così com’è, per non cedere a portarmi dietro altro.

01,30. Niente sonno. Guardo il telefono muto. Anticipo la Pasticchina fitoterapica preparata per il Jet lag.

02,30. Troppo delicata si vede la fitoterapia con me. Passiamo alla camomilla forte. Il telefono è sempre muto. Bevute le tazzone d’infuso passo al classico stratagemma per scaricare l’ansia che mi macula le gambe di macchiette rosse.

L’ansia. L’ansia è un colore grigio, come il fumo di una città industriale, che ti blocca lo stomaco alla bocca e non lascia che filtrare altri colori, altri sapori. È per sua natura inconsistente ma densa, capace di paralizzare.

C’è poco da fare. Non è sforzandosi di dormire ad occhi chiusi tra le coperte che prenderò sonno. Guardo il telefono e penso, che di la, a qualche centinaio di km, potresti fare altrettanto, guardare il telefono muto e non scrivere per primo, come me. Perché non spezziamo questa distanza anche solo con due parole?

Apro Tondelli e l’ultima ora che ricordo indicata sulla sveglia è le 3.00. La sveglia non suonerà domani mattina. Ho azzerato la suoneria. No sarebbe carino, partire lasciando impostato quel trombone con due suonerie, 7,30 e 8.00, e che per di più suona per due ore ogni 15 minuti.
No, non sarebbe carino, anche perché sarebbe la terza volta che mi accade e penso proprio che i vicini non si accontenterebbero di staccare l’interruttore generale.


A svegliarmi il mattino ed un banchetto di sms e lenzuola. Abbiamo atteso ma arrivano.
Il mio letto, mi godo un paio d’ore di piumone sapendo di non tornarci prima di 20 giorni. Alle 10.00 inizia la partenza, mi tiro giù solo perché qualcosa c'è da aggiungere ancora piccoli pezzi, ma viaggio gia con ritmi indiani… se manca qualcosa? Se qualcosa rimarrà fuori posto? Pace! …colazione, telefono, sigarette, posta e arriva mezzogiorno.

Chiudo casa e scendo ad aspettare la mia Omonima compagna di viaggio. Godo il sole e il tiepido freddo dicembrino di questa pazza stagione.

Il cielo è azzurro e voglio sperare in un buon inizio.


26 gennaio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. “Prima di partire per un lungo viaggio…” (prima parte)

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23 dicembre 06, Sedile n.12, volo Aeroflot Malpensa-Mosca.

Sono schiacciata tra il finestrino e un tipo grande e grosso, probabilmente un indiano alimentato all’italiana, che parla extracomunitario, cioé quelle poche, essenziali parole della mia lingua, in modo incompleto, senza coniugazioni, sgrammaticato. Non che mi ci trovi male.
Non abbiamo molto da dirci, io di solito dormo e poi, anche se parlassi, non potrei certo insegnargli un linguaggio forbito.

Sono già passate due ore dall’imbarco e non ho ancora preso sonno. Non dormo, che anomalia!

Di solito mi addormento ancora prima del decollo, ed invece, ho già letto qualche pagina di uno dei tanti libri che ho dietro. Ho iniziato dal più noioso - L’India mistica e leggendaria di Frédéric Louis - chi non dormirebbe?!
Quest’aereo è un po’ scassato, ci sono delle guaine tipo bottiglie di plastica, a tenere insieme i fili che escono dai sedili. Però il pilota è stato bravo. Avrei potuto dormire, non mi sarei nemmeno accorta del decollo.

Non dormo e allora penso. Locuzione inversa di cogito ergo sum.

Qual’è la genesi di questo viaggio?
Perché mi trovo ad andare in India a così breve distanza dal precedente viaggio?

L’idea del viaggio è nata molto tempo fa, ma nemmeno troppo. Come mi accade spesso, ancora prima di godermi la vacanza che mi attende, la mia ingordigia, mi porta a desiderarne un’altra successiva. È accaduto a nord quest’estate: durante il tragitto nell’India settentrionale si è acceso il desiderio per meridione del subcontinente. Nord e Sud descritti come due percorsi complementari e inscindibili. Sarà così?

La fattibilità di uno solo di questi due viaggi, solo ad aprile del 2006, appariva come un miraggio, figuriamoci due! Viaggisogno irrealizzabili sia per l’impegno economico che comportano, ma anche perché, in fin dei conti, non ero mai andata così lontano da casa. Per il primo viaggio c’è stato il colpo di coda del rimborso delle tasse, mentre per questo ultimo, altro colpo e non di coda, che mi ha permesso di tornarci a poco meno di quattro mesi. Non cago soldi, come qualcuno sospetta. Solo coincidenze fortuite e molto gradite.
Viaggi, come oasi lontane che diventano acqua.
Sono di nuovo in volo per l’India. Incomincio a crederci: l’India è una malattia, ti entra sotto pelle e ti esce fuori quando le tue difese immunitarie sono insufficienti. Una sorta di Herpes hindix.

Il clima pre partenza è stato molto diverso da agosto. Sarà che la prima volta non si scorda mai, sarà che quest’estate ho raccolto tutta una serie di fortuite coincidenze che lanciavano l’India come un’insegna lampeggiante! Sarà che la seconda volta manca la sorpresa e l’emozione e lo stupore di chi non conosce a cosa va in contro. Sarà. Ma non è solo questo a creare questo stato d’animo che non mi fa dormire. Ci sono fattori esterni, nuovi, che mutano il mio modo di sentire. Indubbiamente.

È un ritorno, tanto per citare ancora Yehoshua, un vero Ritorno in India.

Cadrò sul sentimentale, in questo quarto di seggiolino di vetusto aereo moscovita che l’indiano accanto a me mi riserva.

Da questo agosto qualcosa nella mia vita è cambiato. Potrei dire che l’India ha contribuito, oppure semplicemente era arrivato il momento, non so. Comunque è accaduto. Qualcuno mi ha detto “ti sei ritrovata”, e fuori da ogni significato newage, potrei anche dargli ragione. Potrei dire che ho acquisito un po’ più di consapevolezza sui limiti e sulle capacità, sul valore e dell’inconsistenza. Più aperta al confronto e alla contaminazione, a conoscere, a scambiare qualcosa con gli altri, e anche se in parte ancora titubante, convinta che ogni esperienza può arricchire senza necessariamente indebolire.
Qualcuno ha recepito. Qualcuno ha intrapreso con me un gioco di specchi, cosa altro è la vita in fin dei conti...
Ragiono per immagini quando metabolizzo un concetto e l’immagine che mi viene alla mente è quella di una vecchia vignetta di topolino – della serie facciamoci del miele. Non so nemmeno se fatto vero o inventato. "La fioritura del deserto". Improvvisamente, dal niente, dalle rocce, annunciato solo da un sibilante vento che muove tristemente sterpi e rovi, arriva una pioggia forte e abbondante, generatrice. I fiori dei cactus sbocciano come in un’accelerata video con tanto di risucchio da cartoon, un precoce apice di bellezza e un lento godere compiaciuto di così tanti sgargianti colori. L’immagine di un amore improvviso e incommensurabilmente bello. La pioggia nel deserto è breve, e le piante, al primo sereno, tornano a mostrare ostili le loro spine. Con il sole alto e la temperatura costante, si riesce a guardare oltre i superficiali aculei e a prestare attenzione alla florida carnosità, alla succulenta capacità di sopravvivere al deserto fino al prossimo ritorno dell’acqua dal cielo. Unica indicazione, attenzione alle spine. Ma per ricordarsi questo, basta pungersi una volta.

Parto per questa nuova India con i polpastrelli doloranti.

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24 gennaio 2007

UN FILO D'INDIA A SUD. In principio fu...

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22 dicembre 06, Malpensa.

Photo Sophystika su Flick
L’appuntamento con il Guru è alle 14.00, al solito bar.
Così annuncia l'sms dell'Omonima. Io non so qual'è il solito bar. Poco importa.
Il mio viaggio inizia quando lei - l’Omonima - mi preleva dal giardino davanti a casa, ben coordinata con l’ultimo tiro alla mia sigaretta.
Una volta raccordati tutti, Guru, lei e Conserte Cheto partiremo per Malpensa. Compare anche Iddu - lo scatolone - il gemello dell’agostano fonte di dubbi squilloneschi. Una volta tutti, una volta stivati i bagagli siamo pronti per partire - non per totani, come lascia presupporre l’adesivo sulla GuruMobil - ma per la marcia longa verso il varesotto.

Prato Ovest, Pistoia, Lucca, Viareggio… la conversazione è animata dalle disavventure del Guruziofratello. Spezia: primo cicchino e caffè. Gli sms segnano i falsi km di avvicinamento e lo scandire del prudente incedere.
Quante volte questa strada di recente. Arrivo giusto a Sestri Levante e cado in narcolessia! Non ho dormito molto questa notte in effetti. La cosa buffa è che stavo facendo una domanda e non ho percepito risposta, mi sono addormentata di botto.
- Quando farà la luna piena, noi, dove saremo?
Varkala, in Kerala, sull’Oceano: guarderemo da qui la prima ed ultima luna piena di questo anno. La luna la guardi in tutti i capi del mondo, e qualcuno la può guardare con te, dall’altra parte (fuso orario permettendo).

Apro gli occhi in Monferrato, ore 18.30. Da bravi viaggiatori e secondo la mia tradizione familiare, abbiamo preparato panini da casa e sfacciatamente, acquistato solo un coka, li mangiamo seduti ai tavolini autogril. Riposata e mangiata, incomincio a godermi il viaggio.
Nei pressi di Somma Lombardo incomincio un’interessante conversazione telefonica con il parcheggiatore che ci aspetta ma mai ci vedrà. Sbagliamo ovviamente parcheggio. Poca importa anche questo ha un Carondimonio che ci traghetta all’atteso Terminal 1.

Una cicca fuori e poi, via dentro. Niente panchine, accampamento improvvisato.
Telefono. Non mi staccherò più da questo apparecchio, ne sono assolutamente dipendete.
Incominciano ad arrivare i miei sconosciuti compagni di viaggio.

La Rossa torinese è la prima. Il destino ci renderà inseparabili consorti.
La famiglia di Cuneo, composta da una mamma-super-sprint, la figlia-arpista e il figlio-indiano-diciottenne, la cugina inizia-con-E-ma-non-ricordo-il-nome che, a un primo colpo d’occhio pare in cinta! ...e non sapevo se esprime tutta la mia stima o scioccarmi per l’incoscienza! AH, il marsupio.
E qui, il gruppo fumatori sale a cinque.
Continuano a pervenire compagni di viaggio: la Sciura che insegna yoga&Co., sembra un po’ troppo in tiro per un viaggio in India, ma aspetto ad esprimermi.
Due splendide bionde amiche di Milano, belle proprio, entrambe, non stereotipate, con una certa sicurezza nei modi che mi affascina.
Il Guru è in piena attività, opera, intesse, cuce… ripete a tutti che "il viaggio è sottotono" rispetto a come lui ha previsto. Bah! Posso capire tenere basse le aspettative, ma non mi sembra “produttivo” farsi questa contro pubblicità!? Che sia davvero sotto tono e non solo una mossa per farci rimare più sorpresi?! Gatta ci cova.

Check in. Liberi dai bagagli, ci facciamo ancora di cicche e caffé, le ultime. In questo clima già conviviale avanzato, Il Guru lancia la palla della suddivisione in camere. Io e La Rossa ci siamo gia adottate. Lei è tutto un “Vero Cara vero?”. Sono io la sua fonte di conferme o mi prendeper culo? Bho!?! …è in ogni modo simpatica! Amore o calesse, vedremo!

Immigrazione, controllo bagagli a mano e siamo all’imbarco. Ci aspettano ore di volo e silenzio, pensieri e cibo precotto.

Ultima telefonata in suolo italiano. Per fortuna l’umore è altro, la tua voce sembra serena.
Prendiamo posto. L’aereo si alza senza scosse. Si apre una distesa di piccole luci e profonde ombre, segni geometrici agganciati tra loro a comporre una città vibrante che scompare nel nero.

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UN FILO D'INDIA A SUD.

Un filo d’India a Sud. Secondo viaggio in India, destinazione Sud!
Dicembre 2006 – Gennaio 2007
Indicazioni per la lettura (probabilmente inutili):
Questi appunti di viaggio vogliono essere un mezzo per fermare le emozioni e le esperienze collezionate durante questa“avventura indiana”. Alle città, ai templi e alle divinità, che si susseguono lungo il tour da Cennai a Bangalore, si aggiungono le mie impressioni, le sensazioni prodotte da un confronto con modi di vita così diversi nel corpo e nell’anima. Si aggiunge la mia vita e il corso che ha preso in questo periodo, il mio vissuto passato e quello a venire. Renderlo pubblico non vuole essere un atto d'egocentrismo – e che lo si legga anche così se si vuole – vuole essere un modo, per dare corpo a tutto questo, vederlo nero su bianco e dargli concretezza, forza. Un percorso di lettura interiore connaturato con l’idea del viaggio in India.
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15 novembre 2006

...e mappa fu!

Il tragitto rosso indica il viaggio al nord, Un Filo d'India, mentre quello blu, indica il prossimo a sud, Un Filo d'India a Sud.