Visualizzazione post con etichetta • post dell'obbligo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta • post dell'obbligo. Mostra tutti i post

08 novembre 2007

Lo Ionico secondo Vitruvio

Domanda d'esame

L’ordine ionico è il primo che Vitruvio affronta nella trattazione. Così come per il dorico, individua un’origine mitica dell’ordine per il quale si riconosce fin da subito una grazia ed una femminilità tale da paragonarlo alla figura femminile. Ed infatti, secondo Vitruvio nasce sulla base di quest’esigenza, di dare un carattere diverso al tempio, in particolare a quelli rivolti a divinità femminili. Jone, a capo delle 13 tribù che formeranno le grandi città dell’Asia, Pergamo, Mileto, Priene, dopo aver conosciuto e codificato le proporzioni del tempio dorico, codificherà questo nuovo ordine per erigere templi a divinità femminili, e da tali grazie deriva le modanature: la base ricorda le calzature, le scanalature profonde le pieghe delle vesti, gli ovuli del capitello i riccioli.

Riguardo le forme e le proporzioni generali:
h. base = 1/2 Ø • h fusto = 8+1/6 Ø • h trabeazione = 1 e 1/2 Ø

la base è h 1/2 Ø (diametro del fusto della colonna presa all’imoscapo),

il fusto è h 8 + 1/6 Ø (più slanciato dei 7 del dorico),

il capitello senza gli ovuli è h Ø 1/3, ma con gli ovuli è 1/2.

la trabeazione è h + di 1 e 1/2 circa Ø.

Vitruvio cita per l’ordine ionico due tipi di base:

Base attica (che poi verrà adoperata da Palladio) H 1/2 Ø - larga 1 e 1/2 M
Formata partendo dal basso da un plinto quadrato h 1/3 dell’altezza complessiva, quindi 1/6 Ø
La parte superiore della spira, h 2/6 Ø la si suddivide in 4 parti uguali, la prima dall’alto, equivalente ad 1/12 Ø, è per il toro superiore, le altre 3 parti, vengono divise in due per la scozia con listelli e toro inferiore.

Base ionica è leggermente più complessa. Ha dimensioni diverse di base è un po’ più corta. H 1/2 Ø larghezza 1+3/8 Ø.
Si parte sempre da un plinto base quadrata h1/3 h complessiva della base, quindi 1/6 di Ø. La parte superiore della spira è divisa in 7 parti, le prime 3/7 sono per il toro superore, le altre sono per la spira, nei 2/7 successivi c’è la prima scozia con i listelli e gli astragali, quindi inferiore in altezza rispetto alla scozia successiva, che da sola occupa tutti e 2/7.
Questa base sarà adottata anche per il corinzio che a parte il capitello attinge dallo ionico e dal dorico.

La colonna si è detto essere più alta della dorica, circa 8+1/6, con scanalature in numero maggiore, 24 e alternata tra concave e piane, dove le concave sono semicerchi e il lato del pianuzzo è il lato di un quadrato che ha per diagonale il diametro.

Il capitello ha un’altezza escluso le volute di 1/3 Ø, con le volute che ricadono più basso è alto 1/2 Ø.
Partendo dall’alto è composto da un abaco ridotto a listello e gola rovescia, poi s’inserisce la parte delle volute, che è costituita da un orlo, tipo listello che si incurva e segue i due giri delle volute fino all’occhio, sotto l’orlo una parte piana, detta cappezzale, liscia, sotto a questa l’echino decorato ad ovuli. Quest’ultimo è molto sporgente. Chiuso nella parte bassa da un astragalo e listello. Di fianco le volute sono chiuse da un balteo a formare una forma a balaustra.

L’architrave è alto h 1/2 Ø, è tripartito in tre fasce, crescenti verso l’alto e chiuso da quella che nel dorico era la tenia, qui è un listello sporgente con gola rovescia.

Sopra il fregio, che puo’ essere liscio – h 3/4 dell’architrave (3/8 Ø) - o decorato, e in tal caso alto fino ad 1/2 Ø.
Sopra il cornicione con la caratteristica decorazione a dentelli, che come i mutuli e i triglifi del dorico hanno una corrispondenza con la carpenteria lignea della capanna vitruviana. Sarebbero la trasposizione lapidea dei panconcelli che stanno sotto l’assito di copertura. Sono composti da dentelli e metadoni, i vuoti, per dimensioni la metà dei pieni. Sopra il gocciolatoio separato dalla sima da listello e gola rovescia. La sima è una grande gola diritta.

07 novembre 2007

Il dorico secondo Vitruvio.

Domande d'esame

Vitruvio nel suo De Architettura - collocabile tra il 35 e il 15 circa a.c. – indica 3 tipi di “genera”, cioè di ordini architettonici + una “tuscaniche dispositio”, che non è un ordine vero e proprio, ma aspira a diventarlo, quale modello autoctono per la realizzazione di templi.
Il dorico è il primo di questi tre generi, quello che nasce per primo.
Vitruvio, infatti riporta la legenda sull’origine favolosa. Doro, re di Acaia, decide di realizzare un tempio ad Argo, dedicato a Giunone e lo realizza secondo queste forme, che ancora però non trovano la proporzione definitiva. Per questa codifica modulare sarà necessario aspettare gli Joni.


Vitruvio definisce così le proporzioni tra le parti dell’ordine:
- base assente, la colonna poggia direttamente sullo stilobate,
- fusto compreso il capitello = 7 Ø (diametri del fusto all’imoscapo). Presenta 20 scanalature, che possono essere sia piane sia concave, ma comunque separate da un angolo vivo, orlo. Per le concave, definisce che devono essere minori di un semicerchio, in sostanza la curva che si trova ponendo al centro di un quadrato una sesta con l’apertura di metà diagonale, puntando i due angoli di un lato.
- Capitello = h 1/2 Ø. Composto partendo dall’alto di una cimasa (listello + gola rovescia) di un abaco quadrato e un echino, sotto tre anelli e il collarino o fregio del capitello con fiore, chiuso da astragalo con cavetto. Si tratta di tre parti uguali, circa 1/3 di Ø: cimasa + abaco/ echino + anelli/ collarino + astragalo.
- Architrave = h 1/2 Ø. Vi colloca gli ipotriglifi composti da un regolo e 6 gocce corrispondenti all’elemento superiore del triglifo, vero modulo che definisce tutte le parti dell’ordine, Sopra la tenia dell’architrave, un listello alto che sancisce il passaggio all’elemento superiore
- Fregio = h 3/4 Ø e contiene i triglifi e le metope, trasposizione lapidea della carpenteria lignea della capanna primordiale, che Vitruvio individua come primo riparo dell’uomo primitivo. I triglifi sono rettangolari e misura di base 1 M mentre di h 1+1/2 M (dove M è il raggio del fusto all’imoscapo = 1/2 Ø), si collocano in asse con il centro della colonna in quanto rispondono, nella mimesi con l’impalcato ligneo, alla trave o alla testa della catena di una capriata. Spesso, questa trave era il prodotto dell’accostamento di tavole e si usava porgli in testa a protezione delle tavolette di cera azzurra che riproducevano con solchi verticali la verità della struttura assemblata. Da questa natura deriva la forma del triglifo, con canali e femori. Sono entrambi la sesta parte della base, anche se agli estremi si collocano dei semi canali. La metopa, di fianco al triglifo, ha forma quadra, stessa altezza del triglifo 1 e 1/2 M. Rappresenta il vuoto tra trave e trave che spesso veniva tamponato con elementi decorativi.
Vitruvio risolve quello che diventa nei secoli il problema angolare del dorico con una semimetopa d’angolo. Le soluzioni dei templi greci sono molteplici, spesso prediligono accondiscendere alla continuità formale e tradire la rispondenza alla verità, alla carpenteria lignea dalla quale discende la forma del tempio. Venivano collocati triglifi di angolo, ma falsavano la sequenza metopa e triglifo per far coincidere il triglifo in asse della colonna o lavorando sulla dimensione della prima metopa e dell’ultimo intercolumnio. Vitruvio, che niente antepone alla verità della struttura, inserisce una porzione di metopa si base 1/2 triglifo d’angolo, tale da non dover né modificare l’intercolumnio né alterare le uguali dimensioni delle metope tra di loro, per porre in asse triglifi e colonne. Sopra metope e triglifi il fregio è chiuso da un listello che segue in rilievo la presenza dei triglifi con un il capitello del triglifo.
- Sopra a chiudere tutto la terza parte della trabeazione, il cornicione, h 1/2 Ø in tutto, composto da più parti:
sopra una gola rovescia il gocciolatoio, con l’elemento dei mutuli. Come le metope e i triglifi sono trasposti dalla carpenteria lignea della copertura a capanna, si tratta dei panconcelli che sorreggono il tavolato della coperta, sono sporgenti e costituiscono lo spiovente della copertura. Hanno un forte aggetto e nell’intradosso sono decorati con gocce, 3 file di 3, con tanto di orlo, canale per lo scolo delle acque. Sopra un’altra gola rovescia e la sima composta da gola dritta e listello. In linea con i triglifi delle bocche di leone per lo scolo delle acque.

Vitruvio raccomanda alcuni accorgimenti tecnici che non valgono solo per il dorico ma per tutti i generi.
In merito alla trabeazione, si raccomanda di avanzare leggermente il profilo delle modanature, leggermente propenso verso lo spettatore, tale da contrastare l’appiattimento e la diminuzione delle superfici creato dalla visuale dal basso. Gli accorgimenti maggiori riguardano le colonne, la rastremazione e l’entasi, sono le principali, ma ce ne sono anche molti altri riguardanti le specifica collocazione delle colonne nel tempio. Ad esempio, le colonne interne erano più alte in relazione alla copertura a capanna, per non farle apparire troppo snelle aumentavano le scanalature.
La rastremazione è la diminuzione del diametro del fusto della colonna al sommoscapo, nella parte alta, rispetto al diametro del fusto della colonna all’imoscapo, parte bassa. Il valore che si sottrae dal diametro dell’imoscapo è relazionato all’altezza della colonna. Ad esempio:
- per una colonna h 4,5 mt -> il valore è di 1/6
Ø
- per colonne di 6 mt -> è di 2/13 Ø
- per colonne di 9 mt -> è di 1/7 Ø
Il valore della diminuzione decresce in maniera armoniosa in relazione all’aumento dell’altezza della colonna, sino quasi all’annullamento per le dimensioni ciclopiche, perché tanto più lontano l’oggetto dall’occhio dell’osservatore tanto più appare piccolo, quindi a compensazione si riduce la rastremazione per evitare un eccessivo assottigliamento.
L’entasi è invece una sorta di spanciamento della colonna appena percepibile circa a metà della sua altezza. In sostanza non è un preciso tronco di cono, ma la superficie ha un andamento bombato verso il centro. Il valore dell’entasi nella colonna ionica è di 1/3 del semidiametro della scanalatura della colonna.


01 novembre 2007

V. La dogmatizzazione del Cinquecento. Palladio.

Andrea di Pietro della Gondola detto Palladio, sarà il massimo esponente dell'architettura classicista veneta del Cinquecento.
Avrà modo di entrare in contatto diretto con esponenti illustri, letterati e uomini di cultura come Gian Giorno Trissino e Alvise Cornaro, in età giovanile, e Daniele Barbaro in età adulta.
La stessa cerchia di umanisti e lo stesso contesto culturale con cui entra in contatto Serlio quando si trasferisce nel nord Italia per pubblicare il suo trattato.

Palladio si farà fautore delle idee classiciste, frutto di quest'intenso dibattito teorico sull'architettura, applicandole nelle sue opere e traducendole in forma.
Trissino è uno scrittore erudito, con attenzione alle forme letterarie antiche. Lavora ad un poema epico dove fa richiami espliciti a teorie architettoniche.
Cornaro, tipico rappresentante dell'aristocrazia veneziana in terraferma (vive a Padova), fu anche progettista e trattatista. Nel suo trattato di architettura del 1555 si rivolge ai cittadini e non ai tecnici parlando sostanzialmente di case; alcuni dei concetti esposti ritorneranno nel programma dei Quattro Libri dell'Architettura di Palladio.
Con Barbaro, di pochi anni più giovane di lui, Palladio lavorerà all¹illustrazione di una nuova traduzione di Vitruvio, che l¹umanista veneto aveva già pubblicato nel 1547. Nel 1556 usci una lussuosa edizione illustra da Palladio, ed una successiva del 1567. Nel commento Barbaro enuncia le sue concezioni architettoniche che spesso si allontanano da Vitruvio, molte delle quali convergeranno nell'opera teorica di Palladio.

Contemporaneamente alle illustrazioni per il trattato di Vitruvio 1550/56 Palladio deve aver redatto il piano per la stesura di un proprio trattato. Nel 1570 pubblicherà, per mano dello stesso editore veneziano De Franceschi, I quattro libri dell¹architettura. Sono una porzione del programma di più ampio respiro, probabilmente come Vitruvio o Alberti, anch'egli intendeva redigere un testo composto da 10 libri. Alla morte dell'artista, i restanti 6 libri dovevano già essere pronti per la stampa, ma ci sono pervenute solo le illustrazioni, il manoscritto è andato perduto. I quattro volumi pubblicati si dividono in due parti: I primi due libri di architettura, sulle teorie dell'architettura e gli ordini e I due libri dell'antichità, sulle antichità romane.
Palladio andrà a Roma più volte nella sua vita, una prima con Trissino attorno agli anni 1541 e una seconda con Barbaro, nel 1554 che produsse una guida di roma antica.
Il trattato Palladio, seppur opera parziale rispetto al piano complessivo, ebbe un enorme successo e numerose ristampe e traduzioni.
Uno dei tratti dominanti dell¹opera è il carattere celebrativo dell'autore, infatti egli parla in prima persona al lettore e non esita ad individuarsi come continuatore degli antichi, cita, insieme agli edifici antichi che prende in esame, anche i propri.
Vitruvio passa in secondo piano rispetto alla fonte diretta dei monumenti antichi. Se Serlio è rivolto alla moda, e si annuncia manierista, Palladio è per un¹integra classicità. La sua lingua è chiara ed efficace, con una terminologia comprensibile a tutti. In merito ai concetti estetici, attinge sia da Vitruvio che Alberti, utilità è sinonimo di comodità, un edificio è un tutto, un corpo concluso e ben definito che imita la natura. Il bello è bene e vero.
I cinque ordini canonizzati da Serlio e Vignola, per lui sono cosa naturale. Come Serlio stabilisce, anche se con maggior chiarezza, un sistema modulare di relazioni fra gli ordini, tra colonne e intercolumni.
Segue nella teoria degl¹ordini, la Regola del Vignola, 1562.


Storia semi-seria della critica architettonica. Indice.

30 ottobre 2007

VI. La dogmatizzazione del XVI secolo. La Regola del Vignola.

Jacopo Barozzi detto Il Vignola, sarà, dopo Serlio, il secondo esponente del Cinquecento che si dedicherà alla stesura di un trattato, capace di raccogliere informazioni tecniche, aiuto pratico per i progettisti.

Nasce nel 1507 (muore nel 1573). Come Serlio, anche lui è emiliano e come lui ha una formazione di tipo pittorico e si avvicinerà all¹architettura mediante lo studio dell¹antico.
Sarà a Roma tra il 1539/40, anni in cui eseguirà per conto della futura Accademia Vitruviana d¹architettura (fondata nel 1542) rilievi delle antichità romane. L¹Accademia è un¹istituzione ad opera di illustri uomini di cultura romani con l¹obiettivo di studiare e approfondire la conoscenza di fonti ed opere latine, un lavoro più filologico che di interesse architettonico. Aveva in programma una traduzione di Vitruvio con commento e un programma strettamente archeologico di recupero della roma anticha.
Dopo 20 anni circa da questo incarico, Il Vignola, grazie al mecenatismo di Alessandro Farnese, futuro Papa Paolo III, al quale dedica il volume, pubblicherà il suo trattato La Regola dei Cinque ordine d¹arhitettura a Roma nel 1562. È un nuovo tipo di trattato, nasce come un apparato di 30 tavole con didascalie, dove cioè il disegno ha l¹egemonia sulla parola scritta (contrariamente al pensiero albertiano), e in un primo momento ha uso strettamente personale. Solo successivamente sarà divulgata prima ai colleghi architetti e poi, con l¹addizione di una nomenclatura tecnica, diffusa anche agl¹uomini colti che si volevano interessare di architettura.
È stato ipotizzato che il testo vignolesco fosse una parte del programma mai compioto dell¹Accademia. Da una attenta analisi emerge le diversità concrete proprio negli obiettivi. Il lavoro dell¹Accademi è più una esplorazione dei fatti del passato attraverso fonti letterarie e iconografiche. Mentre il Vignola ha lo scopo di approfondire metodicamente l¹argomento delle partizioni architettoniche e della pratica degli ornamenti, un lavoro se si vuole settoriale per intento.

Tornando alla Regala, Vignola traduce dai suoi rilievi, considerando le possibilità di errore degli scalpellini, indicazioni per desumere le misure delle partiture dei vari ordini, indicando anche quali sono le opere specifiche che prende in esame (dorico -> teatro marcello; tuscanico -> Vitruvio).
Ricerca delle proporzioni uguali per tutti e cinque gli ordini.
Parte dalla deduzione che il piedistallo è 1/3 del fusto della colonna, che a sua volta è 4 volte la trabeazione. Ipotizzando una suddivisione della colonna in 12 parti, abbiamo che piedistallo = 4, la colonna = 12, la trabeazione = 3, un totale quindi di 19 parti o 15 se non c¹è piedistallo.
Poi, entra nel dettaglio, ogni ordine ha delle proporzioni specifiche. Ad esempio ogni ordine è caratterizzato da altezze diverse per i fusti delle colonne, l¹altezza della colonna tuscanica = 14 M, (dove per M si intende il raggio del diametro preso sul fusto all¹imoscapo), colonna dorica = 16 M, colonna ionica = 18M, colonna corinzia e composita= 20M. Accade quindi che 1/12 sarà diverso in base al genere. Per definirne il valore e così anche quello delle altre parti dell¹ordine si ottengono frazioni complesse. Per ovviare a queste difficoltà Vignola fornisce dei numeri chiave ovvero, per gli ordini tuscanico l¹altezza complessiva è di 22 e 1/6 circa, per il dorico 25 e 1/3, per lo ionico 28 e 1/3, ottenuto dalla proporzione tra la proporzione generale piedistallo/colonna/trabeazione e le partizioni dei singoli ordini.
(es. tuscanico
4/12/3=piedistallo/colonna/trabeazione
altezza colonna 14 m
ý 14/12 = 1,1666
piedistallo=4x1,16=4,6
ý4+2/3 colonna = 14 trabeazione=1,1666*3=3,5 = 3+1/2 tot = 4+2/3+14+3+1/2= 24+4+84+18+3/6 = 22 + 1/6 )

Con i numeri chiave si ricavava, dall¹ingombro totale, la misura del raggio e delle relazioni tra le parti senza aver bisogno di unità di misura.
La Regola del Vignola avrà enorme successo, verrà adottato perfino da scuole e nelle accademie, anche se in tutto questo la sua opera viene travisata, spesso non si considera il suo intento di creare un rapporto assoluto tra le parti, ma spesso viene tradotto nell¹unità di misura corrente nel paese di adozione della Regola.

Non sembra ma sto studiando!

Storia semi•seria della critica e della Letteratura architettonica.

Prefazione

  1. Marco Vitruvio Pollione

  2. Il dopo Vitruvio

  3. LBA= uomo del rinascimento
  4. I trattatisti del quattrocento dopo Alberti

  5. Le traduzioni di Vitruvio nel Quattrocento
  6. La dogmatizzazione del Cinquecento. Sebastiano Serlio
  7. La dogmatizzazione del Cinquecento. Il Vignola
  8. La dogmatizzazione del Cinquecento. Palladio

Biografia

29 ottobre 2007

VI. La dogmatizzazione del XVI secolo.

I trattati del XV secolo o le traduzioni con commento di Vitruvio in quegli anni, non vengono incontro alle esigenze degli architetti d'avere indicazioni pratiche sul costruire. A questo bisogno suppliscono architetti del XVI sec. come Serlio, Il Vignola e Palladio.

Sebastiano Serlio, emiliano, produrrà il primo trattato con indicazioni pratiche per costruire, quasi un vero e proprio atlante dei tipi edilizi e delle relative misure. Con linguaggio scarno e chiaro, in volgare e non in latino, affianca i disegni, vero e proprio corpo del trattato. Si rivolge "ad ogni mediocre" e non agli elevati ingegni. Rinuncia volontariamente agli antefatti teorici per puntare dritto verso l'esigenza, una risposta pratica ai problemi del costruire.

Serlio, nasce a Bologna nel 1475, vi lavorerà come pittore, ed in qualità di emiliano, avrà una formazione correggesca, conoscerà quasi sicuramente il lavoro dell'Alberti a Mantova e in Romagna. Andrà a Roma nel 1517, vi rimarrà per 10 anni, fino al sacco di Roma 1527, dove lavorerà con Baldassarre Peruzzi*. Da lui imparerà il mestiere dell'architetto, e alla sua morte, continuerà le sue fabbriche incompiute. Erediterà dal maestro anche alcuni appunti dal quale presumibilmente parte per la stesura del suo trattato di architettura. Questa circostanza, per nulla taciuta da Serlio gli procurerà da parte della critica accuse di plagio, ma Serlio ne rivendica la piena paternità del suo lavoro teorico. Lavoro che redige tra 1527-40 anni in cui si trova tra Venezia e il Veneto, un contesto culturale assai florido, il cui il dibattito umanista è vivido e propenso alla sviluppo delle forme classiciste, che poi confluiranno nell'operato di Palladio**. Dopo il 1540 sarà a Fountembleau***, alla corte di Francesco I, al quale dedicherà anche il suo terzo libro. Qui i suoi successi furono modesti e alla morte di Francesco I (1547) fu rimpiazzato nell'incarico di pittore ed architetto di corte, passò gli ultimi anni della sua vita in povertà a Lione, terminando il suo trattato.

Nella prefazione del primo volume del suo trattato, il Libro IV, pubblicato nel 1537 circa a Venezia, specifica che l'intera opera conterà di 5 volumi. A noi ne sono arrivati di più, ben nove, di cui però solo i primi cinque pubblicati quando Serlio era ancora in vita, gli alti, Libro VII, Libro VI e Libro VIII furono da lui venduti nel 1550, negli anni povertà a Lione, ad un mercante d'arte. Vide la pubblicazione nel XVI solo il libro XVII, gli altri verranno pubblicati solo nel Œ900.

-
Libro IV il primo ad essere pubblicato a Venezia nel 1537 parla dei genera, degli ordini architettonici e delle regole generali di architettura.
-
Libro III, il secondo ad essere pubblicato, pochi anni dopo il primo, 1540 sempre a Venezia, parla delle opere dell'Antica Roma.
-
Libro II e I, pubblicati come terzi, con dedica a Francesco parlano di Geometria e prospettiva, pubblicati a Parigi nel 1545.
-
Libro V pubblicato a Parigi 1547, parla delle diverse tipologie di templi sacri
-
Il sesto libro pubblicato è il Libro Extraordinario, che molti scambiano per il libro 6, ma che è un aggiunta al programma complessivo che risulta di 8 volumi +1. Viene pubblicato a Lione nel 1550.
-
Mentre i tre successivi, in ordine di pubblicazione, il Libro VII, Vi e VIII, sono pubblicati postumi. Il libro VII verrà pubblicato nel 1575 a Venezia, gli altri dovranno aspettare i secoli successivi. Trattano di argomenti specifici: Libro VII "di tutti gli accidenti che possonno occorrere all'architetto", Libro VI di edifici per residenze private, Libro VIII è qualcosa di più di un vero e proprio trattato sulle fortificazioni.

Sostanzialmente il trattato di Serlio ha un grande successo, viene pubblicata una edizione economica nel 1566 che sintetizza i primi cinque libri + il libro extraordinario edita da De' Franceschi a Venezia.

Il Libro VI, secondo Serlio è il più importante, "il più necessario". Contiene la codifica dei genera, sistematizza per la prima volta nella teoria dell'architetura i cinque ordini dell'architettura (tuscanico, dorico, ionico, corinzio e composito). Conosce e parte dal trattato di Vitruvio anche se gli rimprovera diverse inesattezze e imperfezioni, oltre un linguaggio oscuro per alcune parti, medierà i dati del latino con rilievi di opere dell'antichità che vanta di aver fatto in prima persona. Semplifica le proporzioni delle partizioni dell'ordine, riconducendole a numeri interi e facilmente applicabili. Altezza colonna e piedistallo sono multipli interi del loro diametro inferiore. Nasce così un canone ignoto sia all'Antichità che al Quattrocento. Il successo dell'opera porterà ad una diffusione e cristallizzazione di questi valori, soprattutto nel Nord Europa. Mette in relazione gli ordini con i contenuti specifici dell'architettura, adotta il tuscanico per le fortificazioni, il dorico per gli edifici intitolati a Cristo, santi animosi (Pietro, Paolo, Giorgio) o per abitazioni di eroi o potenti, lo ionico per sante o intellettuali, il corinzio per la Madonna ed edifici signorili, il composito, definito con titubanza "la quinta maniera" viene considerato un mix e osservato nell'utilizzo che ne fanno i romani negli archi di trionfo.
Nonostante la canonizzazione precisa del sistema degli ordini, Serlio ha un rapporto che si può definire "libero" con la regola; si impone la ricerca di una norma e la sua applicazione, ma egli stesso specifica che non tutto è classificabile, quindi molta parte è lasciata alla discrezione dell'architetto, all'arbitrio, alla necessità di variare la regola per la propria espressività, alla ricerca di libertà formare, licenza. Con questa ricerca della deroga alla regola, Serlio si pone come il fondatore teorico del manierismo.
Il suo rapporto con Vitruvio è critico, gli rimprovera indicazioni divergenti dalle sue ricerche sull'antichità classica e un linguaggio oscuro, anche se adotta delle raccomandazione del latino per quanto riguarda le decorazioni: per gli interni, prediligere affreschi che dialoghino con l'architettura per illudere si un ingrandimento degli ambienti, per l'esterno, pitture che non turbino la continuità della facciata.

Il Libro III, che pubblicato per secondo nel 1540, è la prima opera, nella storia della teoria dell'architettura, che raccoglie, in modo organico, esempi di grandi opere dell'antichità romana. Il lavoro fatto precedentemente da Francesco di Giorgio Martini rimane solo a livello di manoscritto. Serlio sarà il primo a produrre una raccolta organica di opere dell¹Antichità. Per Serlio è fuori discussione l'esemplarità dell'architettura antica per cui non si sofferma a spiegare le motivazioni, parte subito con le sue analisi. Individua nella forma centrale, la forma perfetta. Parlerà del Pantheon di Roma come il più significativo edificio dell'antichità romana e non si periterà a fare esempi di contemporanei che considera continuatori di questa tradizione, come Bramante, Raffaello, Peruzzi (aiuto di Raffaello). Le xilografie che corredano il trattato sono fonti di grandi valore. Le sue illustrazioni sono assai precise, molto meno fantasiose di quelle dell'opera di Francesco di Giorgio Martini. Ne emerge anche che Serlio aveva una visione e conoscenza storica, facendo una panoramica tra l'opera dei Greci e dei Romani passando per gli Egizi, getta le fondamenta di un primo dibattito per il riconoscimento di una superiorità greca o romana.

Nei Libri II e I, parlano della geometria e della prospettiva, hanno un carattere pratico e solo nella prefazione si lascia andare a considerazioni più generali dove espone considerazione sull'interdipendenza tra le arti, pittura, scultura e architettura. Rivela una concezione pittorica dell'architettura e ad avvalorare questa tesi, tira in ballo i fatti: i maggiori architetti della sua epoca sono stati prima pittori (Bramante, MichelangeloŠ). Affronta anche temi di recupero dell'antichità come le scene teatrali differenti in relazione alla rappresentazione, contenuti che avranno largo seguito.

Nel Libro V, pubblicato a Lione nel 1547, affronta le varie tipologie planimetriche per gli edifici religiosi. Ribadisce la sua scelta verso la forma tonda, ed offre un catalogo di possibili soluzioni.

Libro extraordinario è il vero e proprio catalogo, la raccolta di ben 50 tipi di porte.

Libro VII affronta casi particolari di progetti e restauri, anche di adattamenti di edifici medievali, in cui Serlio rivela un anima di conservatore della struttura originaria degli edifici.

Libro VI pubblicato solo nel 1964-78 riprende un concetto già affrontato da Vitruvio, sulla distinzione di tipologie di abitazione in baso alle diverse classi sociali partendo da quelle più basse.

Libro VIII mai pubblicato dal mercante che lo comprò dall'autore negli ultimi anni di povertà a Lione, è qualcosa di più di un semplice trattato sulle fortificazione, raccoglie informazioni anche di altri progettisti e o scrittori, giungendo a progetti complessi di città fortificate.

Serlio è stato rimproverato dalla critica di mancanza di originalità, plagio o incapacità critica, perché non ha elaborato un proprio sistema teorico ma si limitato a confermare dei valori assoluti. Ma questo era il suo intento, codificare, sistematizzare e rendere più facilmente utilizzabile quello che già cera, con un sistema di modelli e regole verso una architettura concreta.

immagini dal trattato

*Baldassarre Peruzzi, architetto senese che lavorò con Raffaelo, realizzando opere importanti come Palazzo Chigi, detta La Farnesina, Palazzo Massimo alle Colonne, concluso poi da Giulio Romano.

Storia semi-seria della Critica architettonica - indice.

**Contesto veneto del Cinquecento.
Si deve ricordare che Venezia e il veneto, hanno una forte tradizione tardo-gotica (Basilica di San Marco e Palazzo ducale) superata in pittura solo con la Riforma giorgionesca.
Il contesto economico/politico della Serenissima Repubblica di Venezia agli inizi del Œ500 è assai particolare e anomalo rispetto al resto dell¹Italia. Mantiene ancora una forma di governo democratica e non oligarchica, intraprende ancora una politica internazionale. Economicamente risente dello spostamento dell¹asse dei traffici dal Mediterraneo all¹Atlantico, successiva alla scoperta delle Americhe 1492, oltre che dei lunghi periodi di guerra con l¹impero Ottomano. Molti aristocratici veneziani investiranno i proventi dei loro commerci nelle arti e nella terra, bene di reddito da sempre, realizzando interventi architettonici dal carattere rinascimentale. Il classicismo veneto avrà caratteri diversi da quello romano, anche in relazione a problemi strettamente tecnici. Venezia è costruita su palafitte, quindi la massa monumentale romana sarebbe un carico eccessivamente pesante. Serlio nel suo trattato affronterà l¹argomento e suggerirà un linguaggio classico con una prevalenza di vuoti suoi pieni e maggior sviluppo in pianta. Dalla tradizione veneziana, frutto di processo storico che vede come fondamentale il contesto ambientale della laguna, desume un certo pittoricismo architettonico, ovvero una valenza pittorica alla facciata e le pareti tramite l¹articolazione chiaroscurale delle superfici tramite l¹ordine architettonico.
Successivamente al Sacco di Roma del 1527 avviene la diaspora degli artisti. Molti artisti che vivevano in ambiente romano si trasferiscono in altre corti, ed in particolar modo prediligeranno la Serenissima per la stabilità economica. Ciò produce l¹inserimento del linguaggio classico a Venezia e nel Veneto.

**Fontanbleau, la corte di Francesco I di Francia. Serlio è in ottima compagnia, vi trova personaggi come Rosso Fiorentino e Benvenuto Cellini, ed insieme daranno il loro contributo per la realizzazione del manieriesmo aulico francese.

La Serliana. Nel Libro IV del 1537 nel progetto per un palazzo veneziano, egli propone una coniugazione di elementi per qualificare un¹apertura, chiamata SERLIANA, ovvero una trifora, la cui apertura centrale è un¹arcata e le due laterali sono architravate sorrette da colonne circolari. Un modo che lui conia per alleggerire la struttura, così come da esigenze precedentemente espresse. Già prima della pubblicazione del libro che la codifica questa apertura era diffusa e utilizzata come in Palazzo Te di Giulio Romano, come lui allievo di Peruzzi.

25 ottobre 2007

IV. I trattatisti del Quattrocento dopo Alberti

Il trattato di Alberti non ebbe molto seguito nel Quattrocento. Questo è imputabile alla difficoltà di lettura dovute ad un lessico forbito, in quanto, per suo dichiarato intento si rivolge ad un pubblico colto. La scelta del latino evidenzia questa sua particolare volontà.
Probabilmente è anche sulla base di questa difficoltà che gli altri trattati che seguirono il De Re Aedificatoria nel corso del Quattrocento, ebbero forme più semplici.


Primo tra i trattatisti del Quattrocento, Antonio Averlino detto il Filarete, soprannome che lui stesso si individuò traendolo dalla parola Philaretus significante amico delle Virtù.
Fiorentino, operò fino alla fine degli anni ’20 del ‘400 presso la bottega di Ghiberti, dove presumibilmente lavora alle formelle per la porta del Battistero Fiorentino; successivamente sarà a Roma dove realizza il suo capolavoro, i battenti bronzei per la porta di San Pietro. Dagli anni ’60 sarà a Milano alla corte di Francesco Sforza, e questi saranno gli anni che dedicherà alla stesura del suo Trattato di architettura. Farà una doppia dedica, allo Sforza e a Piero dei Medici, probabilmente nella speranza di ottenere un maggior numero di commesse.
Il trattato non verrà mai pubblicato, se non alla fine dell’800, ed ebbe una scarsa diffusione. Non era scritto in latino ma in volgare e non ha la formulazione sistematica del trattato, ma si tratta sostanzialmente di una forma romanzata diaristica e dialogica che analizza le fasi della formazione della città di Sforzinda (chiara dedica a Francesco Sforza).
Inizia con l’esposizione, da parte dell’architetto incaricato della costruzione davanti ad una folla, dei principi base dell’architettura.
Nella seconda parte passerà all’esposizione vera e propria delle tappe per la formazione della città adottando un “trucco letterario” per porre in continuità Sforzinda con l’Antichità. Narra il ritrovamento di un “libro d’oro” che ripercorre i passaggi della formazione della città di Plusiapolis, in stretta anologia con la sua Sforzinda.

Descrive la città come una forma centrale, ottagonale, con le strade che irraggiano verso il centro, nucleo dove si trova il potere civile, con il palazzo del potere, la chiesa e il mercato, quindi anche potere religioso ed economico.
Come Alberti, anche Filarete condivide il concetto vitruviano di origine dell’architettura nella capanna lignea, creata dall’uomo per proteggersi dalla natura con forme in mimesi con essa. Sarà il primo a disegnare la cappana dell’origine. Infatti, il suo trattato in 25 libri, è illustrato contrariamente a quello di Alberti che crede invece nel primato della parola nei confronti delle illustrazioni (anche se potrebbe essere una scarsa fiducia nella corretta ri-proposizione da parte degli amanuensi). Anche se le illustrazioni hanno un carattere autonomo svincolato dalla trattazione. Affronterà anche il concetto di colonna dell’origine, in quanto derivante dal tronco. Filarete propone il concetto di necessitas, ovvero di necessità primario di avere una casa, di bisogno. Sarà anche per questo il primo trattatista utopico del Rinascimento.
Come ogni architetto umanista ha una posizione favorevole alla trasposizione delle misure dell’uomo nell’architettura, una forte concezione antropometrica. Individua nella testa, il modulo, l’elemento degno che governa tutte le dimensioni. Avanzerà anche una concezione organicista, con la quale vede per l’architettura un ciclo di vita comprendente nascita, sviluppo crescita e morte.
Per quanto riguarda i genera, riporterà delle misure diverse da quelle di Vitruvio. Vede nei vari tipi di ordine una rispondenza a caratteri umani.
Si ricollega al tema albertiano delle tipologie edilizie, aggiungendo anche un punto di vista funzionalistico, proponendo per le case private una ripondenza tra il tipo edilizio e il censo del fruitore. Sarà il primo che ipotizzerà la ripetizione all’infinito di un modello architettonico e ne da un giudizio non positivo, lontano dalla formula naturale e divina. Sempre da Alberti attenge le varietas, le formule che permettevano una maggiore creatività da parte dell’architetto nell’assemblaggio delle varie parti della composizione classica.

Altro importante trattatista del Quatrocentro è Francesco di Giorgio Martini (1439-1501). Contrariamente ad Alberti e al Filarete, il suo trattato avrà molta fortuna, anche se non sarà pubblicato a stampa fino all’800, circoleranno copie manoscritte. Anche Leonardo da Vince deve averne avuta una a disposizione, come importanti architetti del XVI e XVII sec Peruzzi, Serlio o Palladio.
Anche la carriera professionale di FDGM sarà proficua, lavorerà nella maggiori corti d’Italia della seconda metà del Quatrocento: Urbino, Napoli, Milano e Pavia. Realizzarà in particolare fortificazioni opere alle quali dedica una parte del trattato. Si tratta fondamentalmente di due testi, due versioni, redatte tra 1470/90 quando si trovava a Milano. Della prima versione, “Architettura, ingegneria ed arte militare” si conserva un manoscritto a Torino, ed è una versione “più disordinata”, non sistematizzata. Si capisce che ancora non conosce né Filarete né Alberti. Inizia parlando per prima cosa delle fortificazione e solo dopo affronta concetti più teorici, come la rispondenza antropometrica dell’architettura. Dirà di più, vede anche nella città una rispondenza con le forme e le misure del corpo umano. L’elemento eletto, la testa della città è la fortezza. Sarà in questo trattato che troveremo per la prima volta la figura dell’uomo vitruviano. Contrariamente ad Alberti, uomo di lettere, FDGM, è un costruttore, un uomo pratico, che crede molto di più nella rappresentatività del disegno che della parola. Quindi il suo trattato comprende illustrazioni in stretta rispondenza con il testo.
In questa stesura anche se non rivela esplicitamente fonti nell’antichità romana, da atto di un suo vivo interesse nel momento in cui si preoccupa della loro deteriorabilità e del loro mantenimento verso i posteri.
Nella seconda versione, datata 1492, della quale si conserva un manoscritto alla Marucelliana di Firenze, si ha una forma più sistematica, è composto da 7 volumi con una prefazione ed una conclusione. Nella prefazione indica le fonti nell’antichità romana e nei suoi testi, quindi in Vitruvio. Dimostrerà nel testo di conoscere sia Filarete che Vitruvio. Affronterà il tema delle fortificazioni, riconfermando la sua visione antropocentrica anche per la città, ampliandola anche a scale superiori come il cosmo. Si ricollegherà a Filarete per quel suo discorso funzionale di relazione tra tipo edilizio e reddito di chi vi abita. Si discosta da Alberti nell’uso del disegno, mentre per i genera riconferma le misure vitruviane e non quelle del Filarete.

Leonardo Da Vinci, personalità di massimo spicco per tutto il Rinascimento non ci lascia nessun trattato di architettura. Quello che ci è pervenuto è molto poco, fogli sparsi, appunti per un probabile trattato. Probabilmente ha avuto a disposizione copia del trattato di Francesco di Giorgio e che si erano incontrati. Realizzerà anche lui la figura assai famosa dell’uomo vitruviano, confermando di appartenere anche lui ai sostenitori della concezione antropometrica dell’architettura (d'altronde in tutte le arti del Rinascimento si esplica la concezione antropocentrica, che pone l’uomo al centro del mondo)

Anche di Bramante non abbiamo opere scritte, se mai sono esistite. Abbiamo un suo parere scritto relativo alla copertura del Duomo di Milano e se ne evince una forte concezione statica, quindi legata ai probremi strutturali ma anche una sorprendente consapevolezza storia nella ricerca di trovare conformità stilistica con il precedente intervento gotico.

Storia semi-seria della Critica architettonica - indice.

Biografia oltre la rete


Sulla base del programma del Corso in Storia e letteratura della Critica architettonica tenuto dal Prof Morolli alla Facolta di Architettura dell’Università di Firenze. Uso assolutamente personale.

Hanno-Walter Kruft Storia delle teorie architettoniche da Vitruvio al Settecento. II/VIII capitolo

28 febbraio 2007

L.B.A. = uomo del rinascimento!

La vita. Leon Battista Alberti è un uomo senza patria. Nasce a Genova, da fiorentini in esilio, la sua vita sarà caratterizzata da continui viaggi e soggiorni nelle maggiori corti rinascimentali italiane:
  • 1428 Firenze, nel periodo florido del governo oligarchico che precede l’avvento dei Medici che vede insieme in città Brunelleschi, Donatello e Alberti;
  • 1432/34 Roma
  • 1434 Firenze
  • 1436 Bologna
  • 1438 Ferrara
  • 1443/72 Roma, dove rimarrà fino alla morte nell'72.

La sua sarà una cultura umanista, spiccherà in molteplici discipline, sia letterarie, filosofiche che matematiche.
Sarà un vero artista Rinascimentale. Appartiene al gruppo di seconda generazione, che si occuperanno di codificare e stendere le regole per una sistematizzazione delle singole arti, che andavano definendosi come autonome staccandosi dalle corporazioni delle Arti e Mestiri. Passando dal Medioevo al Rinascimento, cambia la figura dell'artista, che non è più l'artigiano di bottega ma diventa un intellettuale cortigiano. Le forme d'arte acquisiscono autonomia tra di loro, cercando ognuna di primeggiare sulle altre. LBA da artista multiforme qual'era scriverà un trattato per ciascuna delle maggiori discipline:

De Pictura - per la pittura
De statua - per la scultura
De Re Aedificatoria - per l'architettura

Dati sulla pubblicazione del De Re Aedificatoria.

  • LBA lo redige negli anni della sua permanenza romana, lo conclude nel 1452.
  • prima pubblicazione postuma in latino 1485.

Riporterà, in analogia al trattato vitruviano, la dedica al potere, in questo caso papa Niccolo V. È scritto nella lingua dotta – il latino - perché si rivolge a committenti e architetti, individuati come persone colte nelle definizioni del suo trattato.

  • 1550 La seconda pubblicazione, o meglio prima traduzione in italiano volgare, viene stampata a Firenze a cura di Cosimo Bartoli, nel 1550. Secondo A. Poliziano, LBA l'avrebbe dedicata a Lorenzo il Magnifico.

Analogie con il trattato vitruviano:

  • dedica al potere (papa Niccolò V vs Cesare Augusto)
  • forma del trattato, suddivisione in 10 libri anche se LBA senza prefazione,
  • contenuti:
    • richiamo continuo agl'antichi – tra cui per LBA lo stesso Vitruvio – e citazione di fatti storici,
    • elabora dai genera di Vitruvio la teoria degl'ordini architettonici aggiungendovi il composito, assente nel Latino perché diffuso largamente dopo la sua morte,
    • concetti base che compongono l'architettura come firmitas, utilitas e venustas.

Differenze/critiche:

  • posizione assolutamente antivitriviana è quella di considerare l'elemento continuo, la parete, come elemento fondamentale dell'architettura a scapito di quello puntiforme, la colonna. Per LBA la colonnata o pilastrata è una parete discontinua, costituita da una teoria di colonne.
  • di forma: i suoi 10 capitoli non hanno prefazione. La prefazione è unica ed è posta all’inizio.

Concetti.

Definisce la funzione dell'architettura e dell’architetto come un impegno sociale, di costruzione della società, di modellazione dell’ambiente umano. L’architetto dovrà essere una figura colta, uno scienziato con qualità morali alte, che conosca disegno e matematica per avere possesso del controllo dell'opera. Individua il primato dell'architettura sulle altre arti e nell'architetto il primo responsabile della forma dell'ambiente umano.

Introduce la Varietas, ovvero il modo per ovviare ala rigidezza delle norme e dare voce alla espressività delle singole individualità.
Non elabora una teoria dell’architettura autonoma, parte dai concetti classcità romana, dai Genera di Vitruvio, gli ordini architettonici, inserendovi anche il composito, assente in Vitruvio esclusivamente perché si è sviluppato maggiormente nella tarda Età Imperiale. Contrariamente al Latino, considera l’ormanento come un fatto aggiunto, non prodotto dealla forma architettonica. Verrà relazionato al rango dei committenti dell'architettura.

Il De Re Aesificatoria avrà meno diffusione del trattato di Vitruvio e dei successivi trattatisti rinascimentali che attingeranno da lui.


aggiornato il 24 ottobre 2007

23 febbraio 2007

Il dopo Vitruvio

Vitruvio è il più illustre trattatista di età romana, il suo trattato, che mira ad una sistematizzazione dei temi del costruire, è l’unico che ci sia pervenuto dall’antichità.

Profeta nei secoli successivi, non ebbe molto successo in vita, la sua diffusione fu molto limitatà durante tutta l’antichità.

Incomincio a suscitare interesse in età carolingia, (verificare magari collegarsi ad uno specchio cronologico compresa tra il VI e il X sec. d.c., a sei secoli dalla morte. L’interesse aumentò nel Medioevo e trovò il suo culmine nel Rinascimento.


Si parla di Vitruvio:

Isidoro da Siviglia (ca. 560-636), nell’Etymologie, una delle più importanti enciclopedie medievali, il quale introduce conceti concetti vitruviani come dispositio, costructio e venustas, ma con significati diversi dall’opera del maestro;

In età carolingia l’interesse per Vitruvio è filologico; esiguo è il numero di manoscritti carolingi di Vitruvio, assenti i commenti. Degno di nota, un solo manoscritto risalente al XI/X secolo (codice di Vitruvio a Sélestat) con illustrazioni che non rivelano conoscenze architettoniche, né giungono alla figura vitruviana.

In Italia, l’interesse per Vitruvio, nell’alto medioevo fu marginale. Alcuni scritti altomedievali pertineti l’architettura:

  • Le ekphraseis sono una forma letteraria di descrizione achitettonica molto in uso in epoca bizantina giustiniane, con radici in età ellenica e romana ma molto lontane da queste per sensibilità architettonica. Le più famose riguardano Hagia Sofia di Costantinopoli (1). Possiamo citare l’opera di Procopio (VI sec) che redige un’ampia opera sull’attività edificatoria dell’imperatore Giustiniano (527/565) dal titolo Edifici (Peri ktismaton). Questa ha lo stesso tono adulatorio che Vitruvio ha nei confronti di Augusto.

  • Scritti medievali redatti in occidente e realtivi in tutto o in parte all’architettura si riferisco ad un solo edificio. Esempi ne sono la storia del monastero benedettino di Montecassino redatta dall’abate Desiderio oppure gli scritti dell’abate Suger di Sant’ Denis (1081-1151). Non possono essere riconducibili a presupposti teorico-architettonici o addirittura a Vitruvio. In tutta l’opera medievale si trova un’interpretazione simbolica dell’edificio eclesiastico e un’estetica basata sui numeri.

  • Il trattato di edilizia di Villard di Honnecourt, unico manoscritto mediovale che tratta esclusivamente di architettura con fini didattici, manca di impianto sistematico per essere paragonato al trattato vitruviano. È una sorta di taquino di schizzi di viaggio, di campionario di disegni che si è voluto accompagnare con un testo, non ci sono intenzioni letterarie.

  • Manuali per scalpelli e raccolte di ornato.

Furono i preumanisti, Petrarca e Boccaccio, a riportarvi attenzione:

  • esiste un manoscritto del XIV di Vitruvio con note esplicative di Petrarca, da qui la supposizione che si sia cosultato l’antico per la ricostruzione del palazzo di Avignone (2).

  • Boccaccio lo cita freguentemente nella sua opera De genealogiis deorum gentiluim. Nel XV secolo la conoscenza di Vitruvio si diffuse notevolmente, lo testimoniano i numeri manoscritti. L’interesse parte dagli umanisti aspetti letterali e antiquari ma si diffonde rapidamente agli architetti.



Esulando…

  1. Il primo edificio di Santa Sofia del VI/V sec. fu distrutto durante la rivolta di Nika del 523, ricostruito durante il regno di Giustiniano a più riprese, partendo dal 532 ad opera di due signori Antemio di Tralle e Isidoro da Mileto. La basilica fu consacrata per il 24 dicembre del 562.

  1. Ad Avignone si trasferisce la corte pontificia nei primi del 1300. Fino ad allora era un centro di media dimensione, 10/20 mila abitanti, su di una buona rotta commerciale via terra per il sud della Francia e via fiume per il Rodano. L’arrivo del Papa prevede l’insediament della corte, 5.000 uomini romani. Ancor prima del trasferimento iniziono forme di speculazione edilizia. Si rende necessaria l’istituzione di una Commissione che media tra le due parti, cittadini e corte, nel redigere atti di regole di gestione per gli alloggi. Giovanni XXII sceglie come sede l’antico palazzo vescovile a ridosso del fiume e da il via ai lavori di ampiamento. La città, successivamente al trasferimento della Corte, vede un incremento demografico per l’esodo dalle campagne, l’aumento di edificazione, in particolare fabbriche come orfanotrofi e ospedali, l’aumento di traffici commerciali. Questo fino al 1376 che la Corte torna a Roma.

aggiornato al 24 ottobre 2007

19 febbraio 2007

Si parte dal fondo, in ordine di apparizione: Marco Vitruvio Pollione

Vitruvio, chi è costui?

È l’unico trattatista di architettura dell’antichità pervenuto fino a noi (fortunati posteri). Questo non significa che sia stato il solo – lui stesso cita nelle fonti trattatisti greci e romani che si sono occupati di architettura seppure in modo parziale o settoriale – la sua è tra le opere pervenute, l’unica con intenti sistematici. Lui stesso (con molta modestia) rivendica nel libro IV questo primato di sitematicità dell’argomento costruire. Il suo volume De Architectura libri decem (qui versione originale su google book), avrà notevole importanza e diverrà un punto di riferimento per tutti i trattatisti nel corso della storia successiva. Conoscerlo diventa fondamentale per comprendere gli avvenimenti successivi in campo di letteratura architettonica.

Della sua vita. Sulla sua persona si sa poco (non deve essersi fatto notare in opere grandiose). Deve essere nato nella zona di Formia, aver lavorato per l’esercito romano sotto Cesare per realizzare ponti ed infrastrutture militari (senza offesa, quale dei ns ingegneri è ricordato per aver lavorato all’anas se non per faccende di tribunale?). Sotto Ottaviano lavorò all’acquedotto della città di Roma (altra opera in cui avranno messo le mani in tanti). Ottenne una rendita per le sue prestazioni e si dedicò negli ultimi anni della sua vita, 33-14 a.c. - alla stesura del trattato. Non deve aver avuto una attività edificatoria intensa, gli è attribuita esclusivamente per la Basilica di Fano.

L’opera. De Architectura libri decem è composto da dieci libri, ognuno con prefazione. Non è chiaro l’ordine in cui sono stati redatti i volumi, ma è apertamente evidente che le prefazioni sono state scritte non a monte del testo ma successivamente, tant’è vero che hanno un vago rapporto con il contenuto del libro precedente, una sorta di riassunto del contenuto affrontato prima (modello telefilm).

Fondamentalmente vi si possono trovare tre ordini di informazione:

  1. sulla vita dell’autore,
  2. sulla fruizione del trattato
  3. architettura in generale

L’opera inizia con la dedica all’Imperatore Augusto, e per non essere tacciato di ruffianeria si appresta a precisare scopo del trattato: “riflettendovi te medesimo, potevi giudicare sul merito delle oper fatte innanzi e quelle che dappoi verranno effettuate”. L’intento è (non solo un modo per assicurarsi commesse, ma) di mettere nero su bianco regole, adoperabili da tutti, anche dai non tecnici, per poter valutare le opere fatte e da fare. Una sistemazione della scienza architettura.

Nel Libro I definisce, nel primo capitolo, la figura professionale dell’architetto come un uomo (maschilista) capace di “esperienza e raziocinio”, di “talento e dottrina”, “sappia di lettere” e “abbia disegno”. Quindi una figura professionale capace di doti pratiche ma anche intellettive con uno spettro ampie di conoscenze, dalla letteratura alla musica, dalla medicina alla matematica.

Nel secondo capitolo, che è poi il nucleo del trattato, affronta i concetti estetici fondamentali e le loro definizioni. Secondo Vitruvio l’architettura deve rispondere a tre categorie fondamentali:
1. Firmitas, statica/tecnica delle costruzioni
2. Utilitas, utilità/funzionalità
3. Venustas, bellezza.

Continua specificando quali sono i requisiti a cui deve corrispondere la Venustas, suddivisi in tre gruppi:
Ordinatio: l’ordine, il risultato delle proporzioni gestito con il modulo, un rapporto numerico non direttamente con la quantificazione in misura;
Disposizio, appropriata disposizione degli elementi nelle tre dimensioni dello spazio, iconografia cioè in pianta, ortografia, in alzato, scenografia in 3d;
Eurytmia, armonia delle parti rispetto al singolo e all’insieme
Symmetria, la proporzione delle parti, la corrispondenza delle parti all’insieme tramite il modulus;

Decor, decoro
Distributio
, relazione alle capacità economiche.

Nel Libro II definisce quella che diverrà il mito dell’orgine dell’architettura, a cui faranno riferimento numerosi architetti dopo di lui. Individua nella capanna ligenea dell’uomo primitivo la prima costruzione, il primo riparo dalle calamità naturali. Costruzione in mimesi diretta con la natura. Rivendica il primato dell’architettura tra le arti.
Nel Libro III definisce il concetto di proporzione architettonica, come rapporto numerico. Ogni parte dell’opera è in proporzione con le altre parti e con l’insieme attraverso il modulo. La proporzione per Vitruvio non corrisponde al concetto contemporaneo di effetto dovuto all’applicazione di un modulo, quanto per lui è la commisurabilità stessa di tutte gli elemento dell’opera tra di loro e nell’insieme. Un discorso che applica anche per il corpo umano, introducendo il concetto di uomo vitruviano.
Nel Libro IV introduce il concetto di “genera”, quelli che diventeranno, solo con l’Alberti nel Rinascimento, gli ordini architettonici dei templi. Vitruvio fornisce relazioni tra corpo umano ed elementi dei templi, ma senza dare dimensioni esatte.

aggiornato il 24 ottobre 2007

Storia semi-seria della Critica architettonica - indice.

13 febbraio 2007

Pago pegno, e voi con me!

Bene, ho deciso una cosa.
Si dice volere è potere o per dirla alla Muccino, mettersi alla ricerca della felicità.
Allora: è una vita che mi cruccio per finire gli studi, e applichiamoci per dindirindina!!
Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, tanto per rimanere sui luoghi comuni. Non è che non me lo sono mai detto… “oggi inizio a studiare!”. Hai voglia se me lo sono detto! Sai quante volte...
Da lì il pensiero che elabora… grung grung.
Dove sta la differenza tra il dire e il fare?
Riesco a smettere di fumare, nella mia esperienza di fumatrice creativa, quando non mi costa fatica.
Impossibile non fare fatica a studiare, soprattutto quando non hai più l’età, quando lavori, quando sei innamorata, quando hai un blog da mantenere e ‘azzeggi…
‘azzeggio = blog --- > Costanza di aggiornare il blog/ i blog!!

Come fare ad avere la stessa costanza che ho nel mantenere questo spazio virtuale nell’applicazione al libro? EH?? Come fare? Mumble mumble…
1) avere interesse…
bene, partiamo da un argomento che mi interessa = storia dell’architettura…
2) avere un impegno costante…
impegno=patto=ricatto=sfida…
della serie prima il dovere poi il piacere...


Ecco cosa ho escogitato: ogni post ludico uno dell’obbligo.
Mi impegno a pubblicate un resoconto, una nota interessante, una cosa che mi ha colpito su ciò che dovrò studiare ogni post ludico, india, non india & co. (e diminuì tremendamente la costanza di pubblicazione...).
Chiedo la vosta pazienza e anche il vostro supporto, casomai ringambassi. Della serie sopportate e incitatemi, se potete…